Chi vuole governare il mondo deve cominciare dal proprio animo: <Se vuole obbedire al proprio destino, deve trovare o creare nel suo cuore una nicchia segreta, impenetrabile, che sia indifferente a se stesso, agli altri e persino al mondo che è destinato a rimodellare seguendo non i propri desideri, bensì un ordine che scoprirà lungo il percorso>.

Questa è la vera sfida per Ottaviano, diciottenne dalla salute malferma, che si ritrova improvvisamente, dopo le Idi di marzo del 44 a.C., a farsi carico dell’immane compito che suo zio Giulio Cesare, assassinato in quel giorno, gli aveva affidato, designandolo come erede.

La situazione di Roma e dell’impero è a dir poco precaria: le guerre civili imperversano ormai da decenni, lo stato è nelle mani di poche famiglie di latifondisti, la corruzione dilaga. Roma va salvata Chi deve obbedire ad un compito così alto deve rinunciare a tutto: amici, affetti familiari, desideri. Tutto, se è necessario, va sacrificato. Per emozionarsi leggendo Augustus di John Edward Williams (prima edizione in lingua originale del 1972, ripubblicato in italiano nel 2022 nella bellissima traduzione Williams di Stella Sacchini) ci vuole un po’ di tempo e pazienza. Lo stesso del resto mi è accaduto con Stoner, il romanzo Williams forse più noto ed apprezzato. L’argomento è noto, la vita di Ottaviano Augusto, dall’ assassinio di Giulio Cesare (44 a. C ) alla morte avvenuta a Capri nel 14 d. C.

Non è affatto ovvio che il successore designato da Cesare lo diventi veramente: gran parte di quelli che a Roma contano gli sono contrari (molti senatori, il console Marco Antonio) o lo considerano un ragazzino facilmente manipolabile (Cicerone). Ma le cose non andranno così: con una freddezza ed una intelligenza politica rarissima (se non unica nella storia dell’Occidente), unita ad una spregiudicatezza implacabile (dote invece molto più frequente), Ottaviano riesce ad impadronirsi del potere politico, a consolidarlo, a pacificare l’impero, rafforzandone i confini . Williams ce lo racconta, nelle prime due parti del libro, attraverso un intreccio di epistole, documenti, diari dei comprimari della scena politica a lui contemporanei: Antonio, Cleopatra, Cicerone, l’amatissima figlia Giulia, per citarne solo alcuni. In questo modo l’autore non solo ricostruisce un contesto storico, ma fa emergere la personalità, i sentimenti dei protagonisti. Interessante, ma non travolgente.

Poi nella terza parte del libro è Augusto stesso a prendere la parola, in un’epistola all’amico e grande filosofo Nicola di Damasco, suo biografo, scritta quando ormai l’imperatore è prossimo alla morte. L’epistola è, ovviamente frutto dell’immaginazione di Williams (come del resto i documenti precedenti), ma sullo sfondo ci sono le Res gestae divi Augusti , il resoconto delle imprese che lo stesso imperatore scrisse e volle inciso su tavole di bronzo da porre davanti sul suo mausoleo a Roma. Ma qui il romanziere adempie al compito che Manzoni assegna allo scrittore: rivelare quello che la storia non dice, descrivere le emozioni e i pensieri dei personaggi, scavare nel loro animo.

Il risultato sono pagine di grande intensità ed emozionante profondità, cha riprendono, commentandole, le prime due parti del libro. Ma soprattutto provano a spiegare il dramma di un uomo che sa di dover infliggere grandi sofferenze e, a volte, la morte anche alle persone che gli sono più care, ma che è consapevole che questo è il terribile prezzo che deve pagare per assolvere il compito che il destino gli ha assegnato. Non lo fa certo per desiderio di ricchezze o di potere: < la ricchezza che aspira a qualcosa di più del semplice benessere mi è sempre parsa la più noiosa delle conquiste, e il potere che trascende la propria utilità, la più spregevole>.

E la sua vita è lì a testimoniarlo. Non sapremo mai se Augusto assomigliava almeno parzialmente al grandissimo personaggio creato da Williams e non è questa la sede per formulare un giudizio storico su di lui.
Certamente, però, questi tempi così bui ci portano a riscoprire il valore della pace, che davamo, almeno in questa parte del mondo, per scontato. E a questo proposito le parole di Augusto, che ha fatto della pace la sua missione più alta , andrebbero scolpite non nel bronzo, ma nella mente di noi umani :

Ci raccontiamo di essere diventati una razza civilizzata e, con pietoso orrore, parliamo dei tempi in cui un dio delle messi, per assolvere alle sue oscure funzioni, pretendeva in sacrificio il corpo di un essere umano. Ma il dio (della guerra) che così tanti Romani servirono e continuano a servire non è forse altrettanto tenebroso e spaventevole? Sia pure per distruggerlo, io stesso ne fui sacerdote; e obbedii alle sue richieste, benché solo per indebolirne il potere. Eppure non sono riuscito a distruggerlo, né a indebolirne il potere. Dorme indomito nei cuori degli uomini, in attesa di ridestarsi o di essere ridestato. Tra la violenza che sacrificava la vita di un solo innocente a una paura senza nome e la luce di una civiltà che sacrificava migliaia di vite alla paura cui abbiamo dato un nome, non c’è molto da scegliere.