Certo. La professoressa è naturalmente Beatrice, che spesso assume la funzione di docente. Ma è lo stesso Dante ad avvertirci che la lettura del Paradiso, proprio perché è una cantica densa di argomenti filosofici e scientifici non è per tutti. Ricordiamo che la Divina commedia non è soltanto l’Inferno, con i suoi personaggi pieni di pathos e le sue fantastiche scenografie, ma è anche un’opera enciclopedica. Chi nel Trecento aveva letto e compreso il  poema dantesco, poteva ritenersi in possesso di tutte le nozioni filosofiche e scientifiche necessarie per essere definito un uomo colto. Ma naturalmente le parti didattiche sono difficili, lo sono ora, ma lo erano anche ai tempi di Dante. Lo dice lui stesso:

Paradiso, Canto II (1-6)

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.

Insomma chi non ha una barca, che ovviamente è metafora degli strumenti culturali e delle capacità intellettuali, capace di affrontare un viaggio così impegnativo  è meglio che torni indietro.

Il secondo canto del Paradiso è proprio uno dei canti “scientifici”, ma le virgolette sono soltanto per segnalare, come si potrà vedere, l’ enorme differenza esistente tra la nostra concezione di scienza e quella dell’epoca di Dante.

Dopo l’incontro nel Paradiso terrestre, Dante e la sua nuova guida sono saliti nel primo cielo, quello della luna.

  Paradiso, Canto II (31-36)

Parev’ a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro sé l’etterna margarita
ne ricevette, com’ acqua recepe
raggio di luce permanendo unita

Ecco cosa sono i cieli, per l astrofisica dell’epoca: dei gusci di materia luminescente (luminosa), spessa (densa), solida e liscia (pulita), in cui sono incastonati i pianeti . Come Dante riesca a penetrare con il suo corpo dentro un altro corpo,come l’acqua riceve un raggio di luce senza aprirsi,  è un mistero, come lo è l’incarnazione di Cristo.

Osservando le macchie lunari Dante chiede a Beatrice da cosa sono generate. Beatrice si serve della tecnica dialogica per impartire la sua lezione: chiede a Dante quale sia la sua teoria in proposito. E Dante, dopo aver escluso la falsa credenza popolare secondo cui si tratterebbe di Caino che vaga sulla luna con un fascio di spine sulle spalle,  risponde: le macchie sono originate dal diverso spessore del corpo celeste. E Beatrice smonta pazientemente questa  teoria, mettendolo di fronte ad una esperienza di laboratorio.

 Paradiso, Canto II ( 91-105)

Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a retro.

Da questa instanza può deliberarti
esperïenza, se già mai la provi,
ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.

Ben che nel quanto tanto non si stenda
la vista più lontana, lì vedrai
come convien ch’igualmente risplenda.

Secondo la falsa credenza di Dante, le parti scure della luna dipenderebbero  dal fatto che la luce del sole, riflettendosi su una superficie più arretrata, torna indietro più attenuata. Niente di più falso. Se si prendono tre specchi, ponendo due alla stessa distanza e un terzo, al centro, più lontano. Se una luce luminosa viene posta alle spalle di chi osserva, la luce riflessa ha la stessa intensità. E allora? La vera spiegazione è per noi francamente spiazzante. Ma per la filosofia tomistica (di San Tommaso), che Dante segue e che è dominante per la cultura del suo tempo, non ci possono essere spiegazioni solo fisiche dei fenomeni naturali. Tutto deve essere spiegato in chiave metafisica, tutto dipende da Dio e non c’è distinzione tra scienza e teologia. La virtù divina, l’influsso di Dio sulla creazione, che scende dall’ Empireo unitario, dall’ ottavo cielo in poi, dove sono presenti le costellazioni,  si differenzia e questa diversità produce leghe  di diversa qualità con la preziosa materia dei corpi celesti.  Anche le macchie lunari sono quindi il prodotto del combinarsi della materia di cui è fatta la luna con i differenti influssi ricevuti dall’alto; non è questione di quantità della materia, ma di qualità.