Un libro bellissimo, uno stile unico, la recensione piu’ difficile da scrivere perché, come dice Virgilio nel primo libro dell’Eneide sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt : le cose piangono e toccano il cuore degli uomini e mai come in questo momento il pianto delle cose è entrato nei nostri cuori. Un libro che è narrazione ed analisi storica e politica, o, meglio, squisitamente geopolitica, e poesia allo stato puro. Un libro che indaga uno dei conflitti più devastanti della nostra contemporaneità, e che si attarda nella descrizione sognante di un funambolo che attraversa su un filo la valle di Hinnom (a Gerusalemme) per far volare una simbolica candida colomba, sull’osservazione dei grandi stormi di uccelli migratori che attraversano il cielo della Palestina, proiettando le loro ombre < sui campi, sulle ripide gradinate, sui boschetti di ulivi alla periferia della città>.
Il titolo Apeirogon , allude a un poligono con un numero infinito di lati, ma l’immagine più adatta mi sembra quella del caleidoscopio, in cui ogni immagine si trasforma continuamente in un’altra. E’ un modo di narrare non tradizionale. Alcuni capitoli sono costituiti da una sola riga, altri da un’immagine. Il filo della narrazione si avvolge su sé stesso, intrecciando mito e realtà, presente e passato, ma, pur spaziando in luoghi e tempi diversi, rimane circoscritto nel perimetro doloroso dell’indicibile dolore della perdita di un figlio sul quale ritorna incessantemente. E come i protagonisti raccontano continuamente la loro storia, che via via si precisa, rispondendo a un bisogno vitale, il lettore è coinvolto in questo bisogno di ascoltarla ancora e ancora.

Si torna sempre lì, alla tragedia di due popoli che, come in un quadro di Caravaggio, è rappresentata plasticamente dalla morte di due bambine : Abir (palestinese) e Smadar( israeliana).
La prima uccisa da un soldato israeliano mentre esce da un negozio in cui ha comprato un braccialetto di caramelle la seconda vittima (alcuni anni prima) di un attentato kamikaze palestinese, mentre passeggia con le amiche nel centro di Gerusalemme in una giornata di festa.
I due episodi ritornano continuamente ed ossessivamente nel libro, così come nella testa dei loro padri: il palestinese Bassam Aramin e l’israeliano Rami Elhanan. Non sono personaggi letterari, sono uomini in carne ed ossa, viventi, così come in carne ed ossa erano le loro amatissime bambine prima di morire.
Ma Bassan e Rami sono uomini straordinari: travolti, annichiliti dal dolore capiscono che l’unico modo per sopravvivere e trovare un senso alla loro esistenza è adoperarsi perché la guerra tra i due popoli cessi. Entrano nell’organizzazione dei Combattenti per la Pace. Si iscrivono al Parents Circle Family Forum, organizzazione che riunisce i genitori che hanno subito la perdita di un figlio a causa del conflitto. Lì diventano amici, fratelli. Cominciano a viaggiare per tutto il paese (anche se per Bassam, palestinese, viaggiare è molto complicato), poi in Europa ( Rami riesce a vincere la resistenza ad entrare in Germania solo grazie all’amico) poi in tutto il mondo. Una foto di Abir Aramin è appesa nello studio di John Kerry, il segretario di Stato dell’anmministrazione Obama.
<Sono Rami Elhanan, il padre di Smadar>.<Sono Bassam Aramim, il padre di Abir>.
Così cominciano i loro interventi pubblici.
Non è una storia inventata è la realtà. Controllate in Internet, guardateli in faccia…
Non è una romanzo sulla fratellanza universale, sulla bontà insita in ogni essere umano. E’ un saggio con una tesi ben precisa, che McCann espone più volte attraverso i discorsi di Bassam e Rami. Vanno ascoltati “ Noi non siamo condannati, dobbiamo solo cercare di fare a pezzi le forze che hanno tutto l’interesse nel tenerci in silenzio….non sappiamo cosa sia davvero l’Occupazione. Sediamo nei caffè e ci divertiamo, e non dobbiamo farci i conti. Non abbiamo la minima idea di cosa significhi dover superare un checkpoint ogni giorno. O vedere confiscata la terra della nostra famiglia. O svegliarci con un fucile puntato sulla faccia. Abbiamo due ordini di leggi, due ordini di strade, due ordini di valori…nostre strade percorribili solo dagli israeliani. Scansiamo i villaggi arabi. Costruiamo strade sopra e sotto di loro, ma solo per farne gente senza volto. Forse la Cisgiordania una volta l’abbiamo vista, durante il servizio militare, o magari la vediamo di tanto in tanto in tv, il nostro cuore sanguina per una mezz’ora, ma non sappiamo quello che succede là veramente. Finché non accade il peggio. E a quel punto ti si capovolge il mondo.
Dobbiamo porre fine all’Occupazione e poi sederci insieme per trovare una soluzione. Uno stato, due stati, in questa fase non importa – intanto facciamola finita con l’Occupazione, e poi avviamo il processo di ricostruzione di una possibile dignità per tutti…
Sarebbe talmente più facile. Se avessi intravisto un’altra strada l’avrei presa – che so, vendetta, cinismo, odio, assassinio. Ma sono un ebreo. Amo profondamente la mia cultura e la mia gente, e so che dominare e opprimere e occupare non è da ebrei. Essere ebrei significa rispettare giustizia ed equità. Nessun popolo può dominarne un altro e ottenere sicurezza o pace per sé stesso. L’Occupazione non è né giusta né sostenibile. Ed essere contro l’Occupazione non è in alcun modo una forma di antisemitismo.”
Colum McCann è un irlandese trapiantato a New York,. Ha impiegato cinque anni per scrivere questo libro, che paragona a una sinfonia, dove ogni strumento ha la sua voce e la sua funzione.
E’ partito, ovviamente, da una serie di incontri con Rami e Bassan. Essere irlandesi significa conoscere bene la natura profonda di un conflitto, allo stesso tempo permette di parlare con sufficiente distacco di un altro, geograficamente lontano.
Non a tutti piace il suo modo di narrare e neanche quello che scrive.
Chi fosse interessato può leggere il giudizio sul libro della scrittrice palestinese piu’ famosa in Occidente, Susan Abulhawa, autrice del bel romanzo Ogni mattina a Jenin. Il titolo dell’articolo è già significativo: Un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale.
Ognuno giudicherà.
A me la lettura di Apeirogon in questo momento, novembre 2023, ha causato grande sofferenza, La qualità letteraria mi ha stupito e coinvolto , ma non ho potuto non pensare alle tante Smadar, alle tante Abir che probabilmente non verranno ricordate, inghiottite dalla ferocia della guerra. Ma allo stesso tempo ha nutrito la speranza che, dopo l’orrore che stiamo vivendo, i Rami e i Bassam possano prima o poi prevalere.
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