Emilia e Bruno, due trentenni sopravvissuti, naufraghi della vita, due fuggiaschi che si incontrano nel borgo ormai abbandonato di Sassaia, al confine tra Piemonte e valle d’Aosta. Lui, maestro elementare nel paesino sottostante, abita nella casa della sua famiglia, lei si rifugia nella casa di fronte, dove abitava una vecchia zia. A Sassaia la natura sta riprendendo il sopravvento sugli uomini, non ci sono elettrodomestici, antenne, televisori. Chi è stato travolto dalla vita può, forse, ritagliarsi un angolo di tranquillità.

Bruno ben rappresenta la vittima che si colpevolizza per essere sopravvissuto. Non ha superato, dopo quasi trent’anni, la morte dei genitori, in un incidente da cui si è fortunosamente salvato. Emilia ha alle spalle una storia ancora più tragica: lei il male lo ha commesso, non subito. Ha pagato, ma quello che ha fatto sedici anni prima è, agli occhi della società e ai suoi, imperdonabile e non basta l’isolamento di Sassaia per sfuggire al giudizio.

Il romanzo della Avallone si legge in un fiato. La voce narrante è quella di Bruno, che decide di raccontare il suo incontro con Emilia, scandendo con precisioni le fasi di una storia avvincente, piena si suspence, in cui i protagonisti hanno una dimensione umana del tutto credibile, nonostante fosse facile cadere nello stereotipo. Anche gli altri personaggi del romanzo sono, quasi tutti, approfonditi e interessanti. Penso soprattutto al padre di Emilia, incolpevole ma implacabilmente accomunato alla figlia nella tragedia.

Ma il grande pregio di Cuore nero è anche  costringere i lettori a prendere in considerazioni temi sui quali la riflessione pubblica si riduce al  poverissimo dibattito sui media, in primo luogo la TV. La Avallone svela la sua fonte principale: il laboratorio di scrittura che, da volontaria, ha tenuto nel carcere minorile di Bologna. E si fa le domande che ogni società civile e democratica dovrebbe farsi sui minorenni che, per qualche motivo, futile o gravissimo,  vengono giudicati colpevoli e incarcerati.