Cos’ ha in comune Minosse, mitico re di Creta, scelto dagli dei per la sua saggezza come giudice supremo dell’Ade e gli anarchici diavoli a guardia dei barattieri (oggi si direbbe corrotti e corruttori) che si salutano scambiandosi pernacchie e scoregge? Sono tutti demoni , che si occupano del buon funzionamento dell’ Inferno, con diverse mansioni che assolvono scrupolosamente. Dante incontra per primo Caronte, che già nell’Eneide aveva il compito di traghettare le anime verso il mondo dei morti. Non è cambiato molto: è rimasto lo stesso vecchiaccio urlante, dagli occhi fiammeggianti. Anche Minosse svolge, come in vita, la stessa mansione di giudice, ma nel passaggio dalla mitologia all’Inferno dantesco ha acquisito una poco onorevole coda, di cui si serve, una volta ascoltata la confessione delle anime, per indicare  il cerchio a cui destinarle per l’eternità, formando con essa dei cerchi. E poi Cerbero, Furie, Arpie, Medusa, Centauri: tutti trasportati di peso dall’immaginario classico all’inferno dantesco, col compito di tormentare e sorvegliare i dannati.

Tutti questi personaggi, senza saperlo, erano già dei demoni perché i poeti che li avevano creati, inconsapevolmente ispirati da Dio, avevano voluto rappresentare in loro la degradazione dell’essere causata dal peccato.  Dante si è nutrito di cultura  classica, senza la quale non sarebbe divenuto il grande poeta che conosciamo (linK a Virgilio)  e la lettura allegorica delle opere antiche, che permette di attribuire loro significati più profondi rispetto a quello letterale, lo autorizza a popolare l’inferno di creature mitologiche. Ma allora dove sono i diavoli veri e propri, gli ex angeli che hanno seguito Lucifero nella sua ribellione e sono stati scacciati dai cieli? Dante li incontra per la prima volta sulle mura della città di Dite, che segnano il passaggio dall’Alto al Basso Inferno.

E’ una distinzione importante: nei primi cerchi (dal secondo al quinto) sono puniti coloro che in vita non hanno saputo tenere sotto controllo con la ragione i loro istinti ( lussuriosi, golosi, avari…), al  Basso Inferno sono destinati , per essere tormentati in modo ancora più doloroso i violenti e i fraudolenti, che hanno usato la ragione contro le leggi divine ( seduttori di donne, simoniaci, ladri…). Insomma il Basso Inferno è un inferno al quadrato, è la città stessa del diavolo (Dite). Come ogni città medioevale è circondata dall’acqua ( che qui è una palude puzzolente9  da mura possenti, rossastre, che appaiono fatte di ferro infuocato.

Da qui in poi ai demoni mitologici si affiancheranno i diavoli dell’immaginario medioevale: neri, prestanti, dotati di ali e coda, (Lucifero è al centro dell’Inferno Link) . Mentre con i demoni del mito Virgilio aveva avuto gioco facile, qui le cose cambiano. Per entrare nella città di Dite sarà necessario l’invio di un messo celeste. (Virgilio rappresenta la ragione umana, che da sola non può sconfiggere del tutto il male).

L’incontro più ravvicinato tra i diavoli e Dante avverrà nel XXI canto, dove Dante descrive la quinta bolgia del cerchio ottavo. Qui sono puniti i barattieri, immersi in un fossato ricolmo di pece bollente. Se emergono in superficie i diavoli, Malebranche, con i loro uncini fanno strazio dei loro corpi. Dante cerca di nascondersi dietro la spalletta del ponte che sovrasta la bolgia, invece Virgilio li affronta e sfida i loro uncini. Il loro capo, Malacoda, accetta un colloquio col poeta, alla fine del quale i Malebranche accettano non solo di far passare Virgilio e Dante, ma addirittura si offrono di fornire come scorta un loro drappello. Inferno

Inferno (XXI, 118-139)

<Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei.

Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina>,
cominciò elli a dire, <e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate ‘ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane>.

<Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?>,
diss’ io, <deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?>.

Ed elli a me: <Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti>.

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.

La scena è forse la più comica dell’Inferno: Malacoda seleziona  i diavoli che scorteranno i due poeti, i loro nomi, tratti dal folclore popolare o inventati da Dante, sono  tutti evocativi e fantasiosi. Devono pattugliare il fossato pieno di pece, accertandosi che  dannati non escano.  Dante non è affatto contento:  i Malebranche continuano a  mulinare i loro uncini, si fanno dei segni,  scambiandosi battutine minacciose. Virgilio invece confida nel patto con Malacoda. Così dopo uno scambio di saluti non proprio formale, i poeti e la loro scorta si rimettono in cammino. Per sapere come va a finire la storia bisogna leggere il ventiduesimo canto……