Se siete in cerca di un libro leggero, che risollevi lo spirito in questo periodo non proprio tranquillo,  non leggete “Il giorno dell’ape” di Paul Murray, scrittore irlandese cinquantenne. Ma se invece ritenete che farsi catturare dalla lettura sia  un modo per sfuggire all’angoscia del presente, allora è il libro che state cercando.
Esaltanti le recensioni nel mondo anglosassone, grande entusiasmo anche in Italia, Roberto Saviano lo definisce imperdibile e afferma . ”Gli scrittori irlandesi, e in questo Murray è un maestro, mal sopportano la necessità continua di intrattenere, stupire, codificare la realtà rendendola sempre accattivante.”
Ecco, la realtà descritta ne “Il giorno dell’ape” non è certo accattivante: la lunga saga (664 pagine) della famiglia Barnes ha, come scenario, una cittadina a un paio d’ore da Dublino. Il romanzo è ambientato nel nostro  secolo e ne descrive tutte le catastrofi passate (la recessione economica, la pandemia) e in atto (cambiamento climatico). I Barnes ne escono sconquassati: la concessionaria auto di Dickie (ereditata senza grande entusiasmo dal padre) è sulla soglia del fallimento, la moglie Imelda deve rinunciare a vestiti e borse di lusso, che sono la sua vera ragione di vita, la figlia Cass entra in una crisi profondissima, che si traduce in comportamenti autolesionistici, il figlio più piccolo PJ, il più intelligente della famiglia, deve crescere da solo, affrontare i bulli che lo perseguitano e va alla deriva.
C’è da dire che la famiglia Barnes non partiva certo da una condizione ideale: Imelda, di una bellezza stupefacente, orfana precocemente di madre, ha un padre alcolizzato, violento, dedito a loschi traffici, Dickie, anche lui vittima di un padre che non lo apprezza, è stato costretto a scelte contrarie alla propria natura e ai propri desideri.
Il romanzo non procede in ordine cronologico: il passato viene gradualmente recuperato, con colpi di scena del tutto inaspettati, e dà senso al presente; i personaggi, per loro stessa ammissione, non capiscono fino in fondo chi sono diventati, perché agiscono così e quali siano i loro veri sentimenti.  La scrittura di alcune parti senza punteggiatura, come a riprodurre un flusso di coscienza, è un evidente omaggio a Joyce.
Ma nel dramma spesso si sorride. L’ironia di Murray, che caratterizza il suo stile, secco, pieno di espressioni fulminanti, fa sì che il lettore condivida il dolore, la confusione, il senso di estraneità che affliggono i personaggi: alla fine scatta quella immedesimazione che solo la grande letteratura produce, facendo vivere ai lettori vite diverse, alternative, almeno in parte, alle proprie.
Il tutto culmina in un finale di estrema tensione, con tutti i personaggi che, proprio nel momento in cui forse potrebbero reciprocamente accettarsi, si trovano contemporaneamente presenti sulla scena , inconsapevoli però della presenza l’uno dell’altro, e in una condizione di grande pericolo e incertezza.
Pagine che non  permettono  al lettore di prendere fiato.