Il nome è lo stesso, ma per una volta il confronto tra il libro di Amis (uscito nel 2015) e il film di  Glazer, premiato agli Oscar di quest’anno come miglior film straniero,  non ha un vincitore: si tratta infatti di due opere completamente diverse, che hanno in comune solo l’atroce ambientazione: il campo di sterminio di Auschwitz -Birkenau e l’ idilliaca villa dove vive il comandante del campo Rudolf  Höss e la sua bella e arianissima famiglia, separata dal campo solo da un muro.
Se il film è un capolavoro, perché gioca sul non mostrare cosa c’è al di là del muro, generando grande inquietudine, il libro lo racconta, anche se in modo straniato e paradossale, dall’interno.

Il racconto è infatti condotto da tre voci, che si alternano per sei capitoli.

Il primo è  Angelus Thomsen, detto Golo, perfetto esemplare di maschio ariano, nipote prediletto di Martin Bormann, segretario personale di  Hitler. E’ un nazista ormai convinto che il nazismo finirà a breve, che, già nel 1942, quando la narrazione ha inizio, la guerra è ormai perduta. E’ l’ufficiale di collegamento tra il campo e la IG Farben, (conglomerato di aziende tedesche che nel 1941 costruì ad Auschwitz la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando la manodopera del vicino campo di sterminio. Si trattava di un impianto sito ad Auschwitz per la produzione di petrolio sintetico e di gomma).

Golo è un nazista disincantato e opportunista, interessato più alla sua carriera di seduttore che alla gloria eterna della patria, indifferente alla sorte dei “pezzi”, i deportati, che a decine di migliaia vengono selezionati, uccisi brutalmente e bruciati.< Signor Thomsen, quanto… quant’è la durata massima dei nostri lavoratori? – Tre mesi, – ho detto stancamente.– Per cui ogni tre mesi dobbiamo arruolare dei successori. Mi dica….Sklarz ha in testa soltanto l’economia della guerra, mentre l’unica preoccupazione di Benzler è la sicurezza nazionale. In altre parole, Sklarz vuole piú schiavi e Benzler piú cadaveri>.

Ma anche Golo non è insensibile alla potenza dell’amore, che scaturisce dall’incontro con Hannah, madre di due bambine, nonché moglie del maggiore Paul Doll, il Kommandant. Che è la seconda voce narrante.

Doll / Höss ,  un fanatico e ottuso burocrate, è invece  un convinto sostenitore della soluzione finale, l’esempio più evidente della banalità del male. Lui stesso afferma <Io sono un uomo normale con bisogni normali. Sono assolutamente normale. È questo che nessuno sembra capire>. Sempre ubriaco, geloso della moglie, che lo domina e che non riesce a controllare, è un personaggio ridicolo e completamente privo di umanità. Disse di lui Primo Levi: <… a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual è, un furfante, stupido, verboso, rozzo, pieno di boria»

Del resto l’unico personaggio che si può definire davvero umano è  Szmul, terza voce narrante,  il capo del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau, la squadra speciale selezionata tra i deportati che ha l’incarico di far funzionare la macchina dello i sterminio nazista. Sono gli uomini che accompagnavano i prigionieri alle camere a gas, rassicurandoli, e li aiutavano a svestirsi. Poi tagliavano i capelli ai cadaveri, estraevano i denti d’oro, si accertavano che i poveri resti non contenessero altri oggetti preziosi,  e, soprattutto, si occupavano di trasportare nei forni i corpi delle vittime. Szmul parla poco, ma ci racconta l’incredibile: come in una condizione umana impossibile da immaginare, sia possibile conservare la propria umanità, la solidarietà con i compagni e con i deportati, la volontà di essere testimoni di un orrore che la storia umana non ha mai visto.

Nella post- fazione è lo stesso Amis che ci indica come fonte principale per il personaggio di Szmul il libro di Anton Gill, The Journey Back from Hell, monologhi di  sopravvissuti ai campi di sterminio. Chi è riuscito a sopravvivere aveva fortuna, capacità di adattamento, talento per l’invisibilità, senso della solidarietà, capacità di conservare la propria dignità, convinzione assoluta della propria innocenza,  immunità alla disperazione, ma anche una delicata e spiccata sensibilità, un rifiuto unanime della vendetta (e del perdono). E un senso di colpa indelebile per essersi salvati, mentre qualcuno migliore di loro è stato sommerso. <In una confutazione definitiva dell’idea nazista, questi «subumani», si scopre, erano la crema dell’umanità.>

La Zona di interesse ha avuto una fortuna editoriale e critica molto discontinua. Sicuramente l’umorismo anglosassone con cui Amis descrive situazioni e personaggi dà origine ad una rappresentazione grottesca che alcuni possono trovare irritante. Anche la storia d’amore tra Golo ed Hanna può essere incongrua. Ma è proprio questo punto di vista straniato e spiazzante che occorre per raccontare una storia nella quale è impossibile entrare con le chiavi interpretative consuete. E’ una narrazione a volte non facilmente comprensibile: i personaggi si rivolgono a se stessi, non si occupano di spiegare al lettore tutti i dettagli, intrecciando con naturalezza dettagli di vita comune (propositi di carriera, giudizi sugli altri personaggi, fatti della vita quotidiana9 ai dettagli dell’inferno indicibile che stanno vivendo. L’unico che sembra conservare il senso della realtà è, di nuovo, Szmul   l’unico personaggio che vive quotidianamente l’orrore assoluto e lo giudica con criteri che anche noi possiamo condividere.

Ed è questo, a mio avviso, il punto di contatto tra film e libro: inserire elementi d vita comune (la storia d’amore tra Golo ed Hanna, i tuffi in piscina della famiglia di Rudolf  Höss) in un ambiente in cui l’aria è irrespirabile per i fumi emessi dai crematori, l’acqua è inquinata dalla decomposizione dei cadaveri sotterrati. Forse solo con il grottesco si può rappresentare l’incomprensibile. Afferma Amis nella post fazione: < non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Mi spiego: «comprendere» un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l’autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri. Questo ci sgomenta, ed insieme ci porta sollievo: perché forse è desiderabile che le loro parole (ed anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano piú comprensibili. Sono parole ed opere non umane, anzi, contro-umane… Nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo.

Per chi volesse approfondire ulteriormente segnalo un  articolo del Manifesto ( sul libro) https://ilmanifesto.it/martin-amis-amore-allinferno

e un’approfondita recensione del film e anche un po’ del libro di Roy Menarini su You tube

https://www.youtube.com/watch?v=3IuRzekVsXU