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Sparano e uccidono le guardie

Milano è la città più calda e violenta, ma a Roma non è tanto diverso, come del resto a Padova o a Torino.
Anche nella capitale ci sono espropri e attentati. Alcuni autonomi si son messi a dar fuoco alle centraline della Sip nei quartieri alti, come i Parioli, così da lasciare i ricchi senza telefono.  Tra loro c’è Mario Salvi, del collettivo Primavalle.  Il 7 aprile la Cassazione ha appena condannato l’anarchico Marini e lui, assieme ad altri, va a tirare due molotov contro l’ingresso secondario del ministero della Giustizia, poi scappano. Ma un secondino in borghese li insegue, li ha quasi raggiunti, estrae la pistola a spara. Mario sente una botta alla testa, poco dolore, ma sbianca e crolla a terra. Morto. Il proiettile gli è entrato nella nuca. Aveva 21 anni. Muoiono tutti a 21 anni.
La guardia sarà assolta, l’uso dell’arma giudicato “proprio”. Sparare alla testa di un uomo che scappa, girato di spalle, totalmente inoffensivo è un uso “proprio”? Una bella mano data ai predicatori della lotta armata.

Sparano e uccidono i fascisti

Il 29 maggio a sparare invece è un onorevole missino, Sandro Saccucci, uno degli organizzatori del golpe Borghese. Un suo comizio a Sezze, viene fischiato da centinaia di persone. Quando in auto lui e gli altri fascisti venuti da fuori se ne vanno, sparano dal finestrino nel mucchio, uccidendo Luigi di Rosa, 21 anni, tessera del Pci e ferendo un ragazzo di LC.

A Roma arriva Moretti

Ma Roma qualcosa sta per cambiare. In dicembre è arrivato Moretti, con la Brioschi e Bonisoli, ed hanno preso in affitto un appartamento in via Gradoli. Le Br, se vogliono portare l’attacco al cuore dello Stato, non possono non esserci là dove quel cuore pulsa. Quella Roma che i primi brigatisti avevano sempre evitato, perchè lì non ci sono fabbriche.
Così hanno preso contatto con Morucci e con una ragazza che è uno dei leader dei Tiburtaros, il comitato del Tiburtino, Barbara Balzerani, che ha 27 anni, figlia di un autista di bus e fa la maestra d’asilo, ma a luglio entrerà in clandestinità. Non hanno mai avuto tanta simpatia per questa gente, Morucci era già stato rifiutato qualche anno prima, ma a Roma questi ci sono. Le Br dettano le loro regole, si discute.

E Morucci spara al marchese Theodoli

Il marchese Giovanni Theodoli

Forse è anche per dimostrare l’efficienza e l’affidiabilità delle sue Fac, che Morucci organizza un agguato eclatante. Il marchese Giovanni Theodoli è il presidente dei petrolieri, al mattino presto del 21 aprile esce di casa e parte sulla sua Mercedes. Ma dopo 100 metri un’auto gli sbarra la strada. Scendono una ragazza e un uomo, un terzo resta al volante. La prima si ferma a qualche metro con la pistola impugnata a due mani, è Adriana Faranda. Morucci spalanca la portiera e spara una raffica alle gambe del marchese con una mitraglietta Skorpion. La sua arma preferita, e lui se ne intende. La Faranda racconterà di avere avuto incubi per qualche notte, ma che si ripeteva che <la violenza era una necessità ineludibile>.
Tra l’estate e la fine del 76 circa in 30 entrano a far parte della colonna romana delle Br.

Intanto Moretti va su e giù da Sicilia e Calabria. Assieme alla Balzerani alloggia l’hotel Excelsior. Non proprio una sistemazione proletaria. Gira voce che si sia convinto che la mafia sia in crisi e pensi a possibili reclutamenti di mafiosi politicizzabili. Ma è solo una voce, anche poco credibile. E’ un fatto invece che nel 78 in tasca a un pregiudicato calabrese verrano trovate banconote del sequestro Costa, che le Br si accingono a fare. E’ dunque possibile che lo scopo dei viaggi fosse l’acquisto di armi.

Il nobile Sebregondi

A Roma c’è anche un piccolo gruppo che fa riferimento a Rosso, anche se si muove in completa autonomia. Il leader è Paolo Ceriani Sebregondi. Ha 29 anni, sposato e padre, è un sessontottino della prima ora, a differenza di altri leader del 68, ha trovato anche il tempo di laurearsi in fisica con 110 e lode. E’ figlio di un conte e di una donna dell’alta borghesia milanese, cattolici di sinistra ed ex partigiani. Nel 69 aderisce all’Unione dei marxisti leninisti, meglio nota come Servire il popolo, una specie di chiesa maoista. E mette a disposizione del partititino la sua villa sull’Aventino, trasferendosi in un modesto alloggio alla Magliana.

Con la crisi dei “gruppi”, si è avvicinato a Rosso. Un bel salto, dall’ultraortodossia all’anarco-luddismo. A Roma sono in pochi, ma da tempo hanno iniziato un lavoro politico alla Fiat di Cassino, visto che a Roma di fabbriche non ce n’è. Hanno raccolto qualche adesione, roba da poco, ma sufficiente per fare della Fiat il loro obiettivo principale. Iniziano con qualche macchina bruciata a dirigenti e capi. Nei loro volantini fanno i nomi dei capiofficina più invisi agli operai e concludono “non se ne stiano tranquilli“.

Non è una minaccia campata in aria. I romani si spingono subito più avanti, nella scelta militare, dei compagni milanesi. Il 5 giugno uno degli “avvisati” viene ferito a una gamba. A seguire il volantino: “Gli operai non hanno pianto sulla gamba di Pettinotti, continua la lotta in fabbrica…”.

Br, una svolta di sangue

Le Br sono a un punto di svolta. L’intero nucleo storico, tranne Moretti e Azzolini, è in carcere. I regolari rimasti non sono più di 15. Ma non è un problema di numeri, ci sono diversi irregolari già arruolati e molti che chiedono di entrare poi c’è la nuova colonna romana che sta nascendo. E’ un problema di prospettive, di linea politica. La situazione non è più quella dei primi anni 70. Le fabbriche, tranne pochi casi, sono quasi pacificate e il Pci guadagna sempre più consensi. Intanto sta crescendo la concorrenza degli altri gruppi armati, che sparano quanto e anche più delle Br. Che fare? Dal carcere il nucleo storico preme per alzare il tiro. Tocca a Moretti decidere, ormai è lui il capo. Anche se l’esecutivo è sempre di quattro: oltre a lui Micaletto, Bonisoli e Azzolini.

«Facemmo una lunga riflessione e arrivammo a questa alternativa: o questa guerra la facciamo sul serio o tanto vale piantarla». Le parole di Azzolini sono la certificazione di una totale impotenza politica. I brigatisti non hanno altre strade davanti.
Quando non hai un progetto politico, non hai obiettivi intermedi se non la guerra, non hai rivendicazioni se non la rivoluzione proletaria, e il proletariato non sta neppure con te, la strada sarebbe solo quella di piantarla.  Ma ovviamente, spinti anche dall’irresistibile attrazione per le armi che sta infettando tanti giovani, la scelta è di fare la guerra sul serio e di sparare dritto nel cuore dello Stato.

Brigatisti in aula a Torino

Intanto però, a Torino, mirano più in basso e sparano alle gambe di Giuseppe Borello, un caporeparto di Mirafiori.

I fondatori delle Br sono rinchiusi nella loro gabbia nell’aula del tribunale di Torino. Il 27 maggio inizia il processo a 46 brigatisti. La decisione è quella di trasformare il processo in una guerriglia e in un’occasione di propaganda. L’idea è stata di Franceschini, che dimostra di nuovo di essere la mente politicamente più acuta, ma non tutti erano d’accordo. Gli imputati, dichiaratisi prigionieri politici, rinunciano a difendersi, rifiutano gli avvocati, lanciano proclami e minacciano la corte.  Non si era mai vista una cosa così e lo Stato resta spiazzato. Nella loro gabbia aspettano da un momento all’altro che i compagni all’esterno lancino il loro attacco.

L’omicidio Coco

Un attacco allo Stato nella persona di un magistrato, uno importante, uno significativo. Ce n’è uno perfetto, che l’8 giugno ha appena lasciato il suo ufficio per andare a casa a pranzo. E’ protetto, ha due uomini di scorta e un’auto con altri tre che lo segue. Ma arrivato all’inizio del carruggio a gradoni, nel centro di Genova, dove sta la sua casa, l’auto di scorta prosegue come fa sempre e i brigatisti lo sanno, perchè lo controllano da tempo. La sua si ferma e lui, assieme a un carabiniere si avvia a piedi. L’autista, un poliziotto, resta seduto in auto.

E’ quasi arrivato a casa, quando incrociano due giovani che scendono la viuzza. Appena li hanno alle spalle, sono investiti da una pioggia di proiettili sparati da due pistole e una mitraglietta Skorpion. Da dietro un angolo è spuntato un terzo brigatgista. La Skorpion è quella di  Morucci, l’ha prestata alle Br per l’occasione, tanto ormai sono colleghi. Tutti i colpi vanno a segno tranne uno.  Coco è stato colpito da dieci proiettili, il carabiniere da 16, tutti alle spalle e alla testa. I tre scappano, due su una Vespa rossa.
A 100 metri l’autista se ne sta sonnecchioso nell’auto, non si è nemmeno accorto di due giovani che fanno finta di chiaccherare a pochi metri. Ha appena il tempo di sollevare la testa perchè ha sentito qualcosa, che il finestrino dell’auto esplode e anche la sua testa. I due giovani sono già spariti.

Un’azione da commando e di annientamento. Non c’era bisogno di uccidere l’autista. Ma è iniziata la nuova stagione delle Br,  quella della guerra  e dei morti senza motivo.

I corpi del giudice Coco e del carabiniere di scorta

Per il Paese, che ancora è incerto se quste Br sono davvero rosse o cosa, è quello che i giornali chiamano uno schok.  Per molti politici è una sorpresa: ma allora questi sono davvero dei  terroristi. Mancano pochi giorni alle elezioni politiche, attesissime e temute dalla Dc e dall’establishment. Ma le Br non hanno colpito ora per questo motivo. A loro delle elezioni e delle faccende della politica interessa poco. L’agguato doveva essere il 5, anniversario della morte della Cagol, ma la vittima designata era rientrata tardi.

Già la vittima. E’ il giudice Francesco Coco, il duro, quello che aveva impedito lo scambio Sossi-detenuti della XXII ottobre. L’uomo perfetto e un segnale nero come la morte ai giudici di Torino. Il giorno dopo Gallinari, da dietro le sbarre, rivendica la strage, legge un comunicato: <…. abbiamo assassinato il boia Coco e i due mercenari….>, ma viene bloccato.
Un volantino rivendicherà: «Il tribunale del popolo lo ha condannato a morte. Ora questa sentenza è stata eseguita… gli aguzzini del popolo possono stare sicuri che se il proletariato ha una pazienza infinita ha anche una memoria prodigiosa, e che alla fine niente resterà impunito. … a tutti inostri  militanti detenuti va riservato il trattamento dei prigionieri di guerra stabilito dalla convenzione di Ginevra. Il non rispetto di queste norme … verrà giudicato per quello che è: crimini di guerra>.

I sindacati indicono uno sciopero generale di 3 ore, in piazza ci sono migliaia di lavoratori.

Chi ha sparato? Nessuno è mai stato condannato. Peci ha indicato Moretti, Azzolini, Bonisoli e Micaletto, che è il capo della neonata colonna genovese. Azzolini ha ammesso di aver organizzato l’agguato, ma ha lasciato intendere di non avervi partecipato. Uno era quasi certamente Riccardo Dura, con la sua faccia da cattivo. Gliuliano Naria è stato in carcere 9 anni, accusato dell’omicidio, ma alla fine è stato assolto.

Il processo guerriglia

E intanto a Torino il processo non riesce ad andare avanti. I brigatisti hanno revocato i difensori. Il tribunale nomina degli avvocati d’ufficio, ma gli imputati li rifiutano e li minacciano di morte, così quelli rinunciano. Senza difensori il processo non si può fare. Le Br stanno vincendo, con la loro strategia stanno paralizzando lo Stato.

Per trovare una via d’uscita la corte, in base a una legge mai applicata, ordina al presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino di assumere la difesa. L’avv. Fulvio Croce, 76 anni un passato nella Resistenza, non si oppone e assume l’incarico. Assieme alla nomina arrivano le minacce di morte dei brigatisti

L’avanzata del Pci e le elezioni

Eppure quasi nessuno sembra accorgersi di quello che sta crescendo. Non i giornali, che dedicano qualche spazio alle Br, ma sembrano non riconoscere i segnali delle metastasi, che si stanno rapidamente moltiplicando.  E soprattutto non le forze dell’ordine e la magistratura, che in tre anni non hanno condotto una sola indagine sulle nuove formazioni armate. Ma siccome è impossibile non accorgersi di quel che è sotto gli occhi di chi dovrebbe avere occhi molto attenti per tutto ciò, è chiaro che è una cecità politica.

Enrico Berlinguer

La violenza rossa, i disordini, gli attentati, i sequestri, gli omicidi non possono che danneggiare il Pci. E soprattutto negli ultimi 10/12 mesi questo è indispensabile che avvenga, perchè il Pci ora fa davvero paura. Kissinger non ci dorme la notte e non solo lui.
L’anno prima alle Regionali i comunisti hanno fatto un tale balzo in avanti che hanno quasi raggiunto una Dc in calo e in crisi. Ora sono li: 35,2 a 33,4. E il 16 giugno si vota per le politiche, il sorpasso sembra annunciato, non si parla d’altro.

La Dc ha sostituito Fanfani con Zaccagnini, è la vittoria di Moro e della sinistra Dc. E questa è un’ulteriore preoccupazione per Washington.  Zaccagnini è un uomo debole e Moro flirta col Pci. Tanto che Kissinger ha pubblicamente auspicato che i vecchi notabili democristiani siano sostituiti con elementi più giovani e più dinamici e che una nuova coalizione di governo sbarri la strada a qualsiasi collaborazione coi comunisti.

La strategia del disordine paga? Non del tutto, perchè il Pci, il 16 giugno, cresce ancora al 34,3. Ma almeno in parte sì, perchè la Dc si dimostra ancora viva e tocca il 38,7. La patria è salva, il sorpasso non c’è stato, ma il Pci è troppo forte, non solo nelle urne, anche nel Paese,  per essere chiuso fuori dalla porta, come vorrebbero gli americani. Anzi è una forza indispensabile in un Paese in piena crisi economica, politica e morale.

Nasce così un governo solo Dc, guidato da Andreotti, l’uomo giusto per rassicurare gli americani e la destra, che si regge sulla «non sfiducia», cioè un’ astensione concordata da parte di Pci e Psi. La coppia Moro-Andreotti ha messo in campo tutta la capacità di manovra della Dc. Mentre il Pci ora non è nè carne nè pesce, in mezzo al guado della solidarietà nazionale.

La fine della sinistra extraparlamentare

E poi ci sono gli sconfitti, le migliaia di militanti della sinistra extraparlamentare, che per la prima volta si è unita e si è messa in gioco nelle urne.  Ha preso 550mila voti e sei deputati, un mezzo disatro, che porterà alla sua fine.

Vecchia sinistra che sostiene Andreotti e nuova sinistra che si avvia alla dissoluzione. Lotta Continua si scioglie,  il giornale viene subissato di lettere disperate: non lasciateci soli. Sono condizioni  eccellenti per l’autonomia e le formazioni armate, che cominciano ad attrarre un numero crescente di giovani. <Nel momento in cui scatta la solidarietà nazionale – dirà Sofri – gli strati giovanili che si riconoscevano in una linea di intransigenza rivoluzionaria si sentirono esclusi da ogni gioco e mutarono il giudizio sulle formazioni armate …  cominciarono a nascere le nuove organizzazioni clandestine>.

La crisi economica e la sinistra           

Tutto ciò avviene nel pieno di una crisi economica di portata storica, che segna la fine di un ciclo.
A scatenarla sono stati gli arabi dell’Opec, che nel 73 hanno stretto i rubinetti del loro petrolio e fatto schizzare i prezzi. Un duro colpo per l’economia mondiale e ancor di più per l’Italia che dipende quasi totalmente dal petrolio. Dopo le 8 di sera le città si spengono, la domenica niente auto, si va a piedi. I costi di produzione aumentano, l’inflazione è fuori controllo, nel 76  viaggia sopra il 15%.

Ma non c’è solo i petrolio. Nei primi anni 70 i profitti sono cresciuti meno dei salari, frutto delle conquiste sindacali e di un industria arretrata e incapace di recuperare con l’aumento della produttività. Il ’75, dopo 30 anni,  è stato il primo anno di recessione e la disoccupazione prende a crescere. Ma la crisi è mondiale e non solo italiana. La risposta del padronato è la fine del fordismo, la morte della grande fabbrica e con essa il contrattacco alle conquiste operaie. Ritrutturazioni, decentramento, delocalizzazione, deregolazione, espulsione di mano d’opera. Inizia la rivincita del capitale.

Il Pci arriva alla soglia del governo nel momento peggiore. Non c’è nulla da redistribuire, anzi c’è da tagliare. In marzo il governo ha anche abolito alcune festività per incrementare la produzione. Ma la porta del governo gli viene socchiusa proprio per questo. Solo il Pci e i sindacati hanno la forza e l’autorevolezza per far accettare la politica dei sacrifici. Ed è per questo che i veti nei suoi confronti stanno per cedere.
Berlinguer accetta la scommessa, non può tirarsi indietro quando il governo sembra a portata di mano. Il Pci fa propria la politica dell’austerità e della moderazione sindacale. Anzi ne diviene quasi il simbolo.

L’impatto della crisi sulla lotta armata è però quasi nullo.
Da un lato perchè l’analisi che le varie organizzazioni ne fanno è sbagliata. C’è chi pensa che può essere una buona occasione: il capitale sarà costretto ad adottare politiche antipopolari e repressive e questo spingerà il proletariato alle armi. E chi pensa che basterà sparare a qualche caporeparto in più per far pagare la crisi ai padroni e fermare un cambiamento epocale.

Dall’altro perchè il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita (per altro ancora molto limitato) non spingono la gente a sparare. Il terrorismo non è mai opera di poveri e sfruttati, ma di intellettuali e giovani affascinati dall’idea di vendicare i torti e salvare il mondo e dal brivido che dà sentirsi guerrieri.
Molto più della crisi, a dare una spinta alla deriva sovversiva e combattente è il nuovo corso del Pci governativo: compromesso storico e politica dei sacrifici.

g.g.

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