Capitolo precedente: 19) Morti esplosi, morti bruciati, morti sbagliati…

La guerriglia continua

Nonostante Prima linea e le Fcc abbiano ormai fatto la scelta della clandestinità, non abbandonano la pratica della guerriglia e della lotta armata di massa. Il compito viene di regola lasciato alle “squadre”, cioè i gruppi collaterali, serbatoio di reclutamento ed addestramento, legati ai collettivi che mantengono una presenza dentro il movimento, che però ormai langue e rifluisce.
Nell’autunno del 77 sono decine le azioni compiute nella sola Milano. Tanto per ricordarne alcune: due esperti come Mazzola e Coda si portano dietro la vedova di Tognini, un ragazzo e una ragazza, che lasceranno PL dopo un paio di mesi, a compiere una rapina ad una ditta accusata di usare lavoro nero. In una decina armati compiono un esproprio in un negozio di abbigliamento. Tra loro due vecchie conoscenza ex Rosso, che ora gravitano attorno a Pl, come Ferrandi-Coniglio e Memeo-Terrone.
Continua anche la pratica dei cortei con nuclei armati. Durante uno di questi, il 12 novembre, vengono aggrediti e disarmati ben quattro vigili.

Un gruppo misto di PL e Rosso, almeno una quindicina, (ci sono anche Crippa-Apache e i soliti Ferrandi e Memeo) fa irruzione nel posto di polizia della stazione di Porta Genova, sparano contro il soffitto per spaventare gli agenti, cercano armi, ma non le trovano. Scattato l’allarme arrivano altri poliziotti, ma il gruppo che è rimasto all’esterno apre il fuoco e li mette in fuga.
Barbone e Colombo debbono mettere alla prova due giovani aspiranti alla lotta armata. Li portano ad incendiare un deposito di automezzi del Comune. Qualche giorno dopo gli stessi Barbone e Colombo, con altri giovani, distruggono una serie di macchinette obliteratrici della metro, per protesta contro il rincaro dei biglietti. Ancora Barbone e Colombo guidano una quindicina di ragazzi all’esproprio di un altro negozio di abbigliamento, compreso l’incasso. Dopo qualche giorno tornano per ripetere l’impresa, ma vengono inseguiti dalla gente presente. <Dovetti esplodere un colpo in aria>, ricorda Barbone.
Il vecchio gruppo armato di Rosso, ormai in disarmo, appicca il fuoco alla nuova sede della Facestandard. E’ Ventura a disarmare la guardia Mondialpol che sta pisciando.

Il 18 ottobre, nel carcere tedesco di Stammheim, tre capi della Raf (le Br tedesche) muoiono nelle loro celle. Ufficialmente si sono suicidati, ma quasi nessuno ci crede. Un anno prima era morta, sempre suicidata in carcere, l’altra fondatrice della Raf Ulrike Meinhof. I tedeschi usano maniere sbrigative per stroncare il terrorismo. Le tre morti scatenano ovviamente un’ondata di cortei e attentati contro obiettivi tedeschi.
A Milano Ferrandi e altri due danno fuoco a un concessionario Mercedes. A Torino un giovane autonomo, Rocco Sardone, un emigrato lucano, rimane ferito mentre trasporta una rudimentale bomba, destinata ad un’altra concessionaria Mercedes, muore poco dopo in ospedale.

Il 19 novembre altro corteo, nel corso del quale un nucleo armato di PL, guidato da Bruni e Forastieri devasta con molotov ed esplosivo l’Ispettorato carceri. Coniglio lancia un candelotto di dinamite. Altre molotov vengono lanciate contro un’immobiliare e uffici della Fiat. Tre vigili vengono disarmati (un paio dai soliti Barbone e Colombo) ed altri cinque negozi di abbigliamento espropriati. Almeno un’ottantina di giovani ha partecipato agli espropri.

Tre giorni dopo sono invece i capi di Pl (Segio, Solimano, Donat Cattin, Mazzola e Camagni) a distruggere con l’esplosivo una stazione dei CC in costruzione ad Abbiategrasso. Lo stesso giorno un nucleo guidato da Coda fa irruzione, armi in pugno, nella sede dei vigili, i due presenti vengono ammanettati e portati in garage. Vengono rubate le armi e una bomba è fatta esplodere nei locali.

Questo solo in due mesi. Potremmo continuare, raccontando di altre città, ma, per dare un’idea, basta. Naturalmente non un solo arresto accompagna queste azioni. E’ chiaro che la facilità del gioco e l’impunità pressochè garantita incentivano tanti a provare l’ebbrezza dell’impresa.

E intanto le Br fanno sei gambizzazioni

Raffaele Fiore

Le Br non si fanno distrarre da questo terrorismo di strada, che non condividono. Loro proseguono metodiche nell’opera di gambizzazione, che ormai assume dimensioni di massa. Negli stessi due mesi ne fanno sei più un omicidio.
La prima vittima autunnale, l’11 ottobre, è un giovane dirigente Fiat, Rinaldo Camaioni, 34 anni, un ex campione di salto triplo. Ha preso anche qualche precauzione, ma inutile. La mattina in garage scende la moglie col figlio di 4 anni, che debbono accompagnare all’asilo. La donna si ferma con l’auto davanti al portone e lui esce rapido per salire. Ma i brigatisti sono più veloci. In due lo chiamano proprio mentre apre la portiera, e poi uno fa subito fuoco. E’ Panciarelli, l’operaio 22enne che pochi mesi prima ha già sparato a un altro dirigente Fiat. L’altro è Fiore, uno dei capi delle Br torinesi. Sei colpi alle gambe, davanti alla moglie e al bambino che restano impietriti. La pistola è la solita Nagant.
Le Br sparano, ma alla Fiat non si sciopera quasi più, gli anni delle lotte dure sono finiti.

Il 23 ottobre a Milano due uomini e una donna sparano otto colpi a Carlo Arienti, consigliere comunale della Dc ed esponente di spicco di Comunione e Liberazione. Ma è Torino la piazza più attiva. Anche qui, due giorni dopo, l’obiettivo è un democristiano. Per sparare ad Antonio Cocozzello, Peci si porta dietro due “reclute”, una lascerà le Br dopo qualche mese. L’altro è un operaio della Fiat, che poi tornerà a fare il sindacalista. Il quarto del commando è, Maria Rosaria Roppoli, 25 anni, insegnante di lettere. E’ una ragzza con qualche problema e piuttosto brutta, Peci la definisce <psicologicamente e politicamente, un disastro>. Ha un rapporto con le Br che assomiglia ad un’amore adolescenziale. Quando, un anno prima, c’era qualche resistenza ad arruolarla, lei disse: <Se non mi fate entrare, mi butto dalla finestra>. Alla fine la presero. Di lì a poco diverrà la donna di Peci, che dirà di non esserne mai stato innamorato, ma siccome i brigatisti possono avere legami sentimentali solo dentro l’organizzazione, ci si doveva accontentare.
Sparare a Cocozzello è semplice, è fermo sul marciapiede che aspetta un amico. L’unico problema sono le decine di persone presenti, ma vengono tenute lontane minacciandole con le armi.

Prima linea è molto critica nei confronti di questi ferimenti di oscuri dirigenti Dc. <Le Brigate rosse – scrivono – sembrano «scambiare le gambe di Cocozzello per il cervello dello stato delle multinazionali>.

A Roma da luglio le Br non hanno più compiuto azioni militari. Tornano in azione il 2 novembre, il giorno dei morti. Debbono colpire anche loro un democristiano. L’obiettivo è Publio Fiori, giovane assessore ai lavori pubblici e il più votato alle recenti Regionali. Vanno in quattro, la Balzerani deve sparargli, Gallinari e Seghetti sono di appoggio e la Brioschi al volante. La mattina quando l’obiettivo esce di casa è l’ora canonica della gambizzazione. Il copione si ripete per Fiori, quando esce e va verso l’auto non fa caso a due ragazzi su una panchina, che sembrano amoreggiare come fidanzatini. Ma i due, appena lo vedono, si alzano e gli vanno incontro. La Balzerani spara subito e lo colpisce alle gambe. Fiori da un po’ gira armato e fa in tempo ad estrarre la pistola, ma non fa in tempo a prendere la mira, gli parte un colpo in aria. Non sa che la regola brigatista è che se uno, che deve essere gambizzato, è armato, allora va ucciso. E così interviene Gallinari e fa fuoco mirando al torace. Poi se ne vanno. Fiori è fortunato, i colpi non sono mortali e si salva. Nella rivendicazione lanciano un avvertimento: <impugnare le armi contro i proletari può dare, forse, un attimo di gloria, ma …. ricordiamo loro che basta poco ad alzare il tiro di una spanna>. Meglio dissuadere le potenziali vittime dall’armarsi, la tranquilla pratica di gambizzazione potrebbe diventare un pochino più rischiosa.

Scritta brigatista all’Alfa Romeo

Qualche giorno dopo su un muro compare la scritta: “Oggi Fiori, domani Moro“. Potrebbe anche essere solo uno slogan come tanti. Molti lo pensano e nessuno immagina che invece Moro è già stato scelto e si sta preparando il sequestro.

Dopo una settimana si spara a Milano. Cinque proiettili finiscono nelle gambe di Aldo Grassini, dirigente dell’Alfa Romeo. Lo sorprendono nei box del garage condominiale. A sparare è Giuseppe Piccolo, 25 anni, operaio alla Sit Siemens, dove è ancora attiva la vecchia brigata. Assieme a lui un impiegato della Brown Boveri, certo Livraghi detto il nano, che sta nelle Br assieme alla moglie, e un’operaio dell’Alfa, Vittorio Alfieri, 21 anni, uno che viene da Rosso ed è delegato sindacale Fim. E’ lui che ha scelto l’obiettivo. Tutti e tre, finito di sparare, sono corsi al lavoro. A guidare il commando ci sono poi due vecchie conoscenze, Savino brigatista della prima ora e Diana.

A Torino non è passato nemmeno un mese dal ferimento di Camaioni ed è il turno di un altro uomo Fiat. Piero Osella ha appena parcheggiato l’auto, di ritorno dal lavoro, che si trova davanti Betassa e Angela Vai (i due insieme avevano partecipato anche l’omicidio Croce), più indietro c’è il vecchio, vecchio di armi, Piancone. A viso scoperto, perchè i brigatisti agiscono sempre a viso scoperto, al massimo una parrucca. Capisce e si mette a gridare: <No, no…. no>. Ma quelli sparano, cade a terra e sparano ancora. Sarà ricoverato nella stessa camera dove c’è ancora il collega Camaioni.

… e uccidono Casalegno

La colonna torinese è la più attiva, un’efficiente macchina militare. Ancora una settimana ed è di nuovo piombo e sangue. Ma questa volta non si spara alle gambe.
Torino è l’unica città dove non è stato colpito un giornalista. Avevano già scelto l’obiettivo prima dell’estate, ma poi per varie ragioni l’agguato era stato rimandato. La vittima designata è Carlo Casalegno, editorialista della Stampa, ex partigiano di Giustizia e Libertà, il figlio sta in Lotta Continua. E’ molto noto e molto odiato dalle Br, perchè da qualche tempo, dalle colonne del giornale, invoca la mano dura contro il terrorismo. Non chiede leggi speciali o pene di morte, semplicemente chiede che lo Stato faccia il suo mestiere. Casalegno non accusa le forze dell’ordine, se la prende piuttosto con una certa opinione di sinistra che continua ad avere un atteggiamento tollerante verso la violenza politica. Un fenomeno vero, anche se limitato, ad esempio non coinvolge affatto il Pci. Ma non è certo questa la causa dell’impotenza dello Stato.

In un primo momento si era deciso di gambizzarlo, come gli altri. Ma dopo l’ennesimo fondo, scritto dopo la morte in carcere di quelli della Raf, nel quale chiede che sia posta fine all’impunità per i guerriglieri urbani e di tutta quell’area che funge da serbatoio a cui attinge il terrorismo, la decisione è di ucciderlo.

Il 16 novembre, poco dopo le 13, Casalegno rientra a casa per il pranzo, apre il portone, ma questo non si richiude, un uomo lo ha bloccato con un piede. Entrano in due, Fiore e Panciarelli. In strada resta Peci con il mitra e Vincenzo Acella sull’auto. Fiore lo chiama, <Professor Casalegno>, lui si gira e vede solo un lampo. Quattro colpi al volto e al collo, gli occhiali volano in frantumi. Stramazza, coperto di sangue. La portinaia accorre, urla, la moglie scende le scale di corsa. Non è morto, ma morirà dopo 13 giorni di agonia.

Nel volantino di rivendicazione dicono che Casalegno è un “pennivendolo di Stato parte attiva nella difesa e nella costruzione dello Stato di Polizia“. L’uccisione di Casalegno è un colpo molto duro. E’ il secondo morto a Torino, che pesa come un macigno sul processo alle Br che, da sette mesi, da quando è stato ucciso l’avvocato Croce, non è piu ripreso, perchè giurati e avvocati rifiutano la nomina. Il giorno dopo per la prima volta c’è una reazione abbastanza forte in città. Qualche migliaio di persone in piazza, ma alla Fiat lo sciopero è un mezzo fallimento anche se brigatisti e simpatizzanti sono davvero pochi, a dominare è il disinteresse. La sensazione di tutti è di una plumbea impotenza, è di essere di fronte ad un nemico spietato e imprendibile. Da oltre un anno nemmeno un brigatista è stato arrestato.

Si spara anche a quelli del Pci

Così imprendibili e inarrestabili, che il giorno dopo a Genova sparano a un dirigente dell’Ansaldo. La colonna genovese, la più piccola delle quattro attive, si è rafforzata, con l’arrivo di qualche giovane ex 77ino. Ora ha nuovi capi, dopo che Micaletto è tornato a Torino, sono: Dura, Baistrocchi, Nicolotti e Miglietta.

A essere colpito è Carlo Castellano, un dirigente come tanti, ma con una particolarità, è iscritto al Pci. Forse i vecchi del nucleo storico, quelli che venivano dalla Fgci di Reggio e i loro padri avevano la tessera del partito in tasca, non gli avrebbero sparato. Pur dicendo tutto il male possibile del Pci, verso i militanti di quel partito conservavano un certo rispetto, frutto del senso di appartenenza ad una storia comune. Forse, chissà. Ma i nuovi capi di questi problemi non ne hanno. <Avevano assorbito la cultura anticomunista dell’Autonomia>, dirà Franceschini.

Castellano è colpito alle gambe, ma cadendo si prende un proiettile anche in pancia. A sparare sono Baistrocchi e Lo Bianco, che lavora proprio all’Ansaldo. Di copertura ci sono Nicolotti e uno nuovo, un po’ anzianotto rispetto alla media dei brigatisti. E’ un professore di letteratura italiana all’università, si chiama Enrico Fenzi. E’ da un anno nelle Br, ma gli hanno spiegato che non può fare l’intellettuale e l’anima bella, deve sporcarsi anche lui le mani. Così l’hanno costretto a partecipare.

Genova non è Torino. Qui c’è una classe operaia più vecchia e molto sindacalizzata. Già dopo l’uccisione di Coco, lo sciopero era stato massiccio, ora all’Ansaldo lo sciopero è totale. Le Br hanno contro gli operai che vogliono rappresentare. Ma di certo questo non influirà sulle loro scelte. Oramai rinchiusi come sono nella bolla di vetro dei loro slogan e delle loro allucinazioni ideologiche, completamente staccati dalla realtà. E’ lo stesso Bonisoli ad ammetterlo: <Sei chiuso in un tunnel mentale. Ascolti solo quelli del tuo piccolo mondo, le voci che vanno nella direzione che ti interessa; le generalizzi, le eleggi a linea di tendenza, e il gioco è fatto. Tutto il resto sparisce>.

Il 25 novembre i pochi sopravissuti dei Nap feriscono a Milano l’ennesimo dirigente d’azienda. E’ la loro l’ultima azione poi confluiranno chi nelle Br, chi in PL.

I neri uccidono ancora

Intanto continua lo stillicidio di morti per mano dei fascisti. A Bari un gruppo di neri sorprende per strada un piccolo gruppo di iscritti al Pci. Questi scappano, ma Bendetto Petrone, un ventenne che lavora al mercato, ha avuto la poliomielite da piccolo, zoppica e non ce la fà. Gli arrivano addosso e lo uccidono a coltellate.

PL a Torino e lo psichiatra “elettricista”

A Torino, dopo gli arresti di Galmozzi e Scavino e la partenza della Ronconi, Solimano, Donat Cattin e altri, Prima Linea è un po’ in crisi, tanto che per qualche mese le azioni si sono ridotte quasi a zero. In ottobre, oltre all’ingresso di alcuni giovani del “movimento”, da Milano arrivano Laronga e Silveria Russo, la sua donna. E’ figlia di un ufficiale dell’esercito, ha 27 anni, durante il liceo classico stava in Lotta continua, poi il movimento femminista. Con loro l’attività riprende subito

Proprio i due nuovi arrivati guidano un’irruzione all’Associazione dirigenti industriali. In quattro chiudono in bagno tutti gli impiegati, rubano gli schedari e poi lanciano le solite moltov. Pochi giorni dopo viene appiccato il fuoco a una fabbrica di giochi, il cui proprietario è accusato di essere finanziatore del Msi.

A Torino c’è uno psichiatra molto noto, si chiama Giorgio Coda. In realtà è un aguzzino e un sadico. Lo chiamano l’elettricista, per la sua passione per l’uso dell’elettroshok, che pratica anche sui bambini. Nel manicomio di Collegno non cercava nemmeno di spacciare i suoi metodi per terapie, sono elettroshok punitivi. Ne ha fatti più di tremila. Un giorno sentì cantare un ricoverato in cortile e ordinò agli infermieri: <Portatemi quello che canta che gli facciamo passare la voglia>. Nell’ospedale ci furono diverse morti sospette e diversi suicidi. Nel 72 Coda fu condannato a 5 anni per maltrattamenti, ma non ne ha mai scontato nessuno, grazie a qualche cavillo.

Ora visita in uno studio privato. Alle 18,30 del 2 dicembre suonano, siamo la polizia. L’infermiera apre ed entrano in quattro, armati. E’ un nucleo di Prima linea, guidato da Bruno Laronga. Chiudono l’infermiera in bagno. Incatenano Coda ad un termosifone e, dopo aver elencato le sue colpe, gli sparano alle due spalle e a una gamba poi la pistola si inceppa. Ha salvato l’altra gamba. Tagliano i fili del telefono e se ne vanno.

Alberto Bonvicini, ma tutti lo chiamno Pallina, è uno dei ragazzi del circolo Barabba entrato nelle squadre di PL. E’ rimasto orfano molto piccolo, finito in brefotrofio era stato uno delle vittime di Coda. Qualche pentito dice che nel commando c’era anche lui, ma è stato assolto. Comunque di lì a pochi mesi se ne andrà dal Barabba affiggendo un volantino contrario alla lotta armata . “Fate la storia senza di me”. Morirà di Aids negli anni 90.

In questo episodio c’è quel po’ di differenza che ancora rimane tra le Br e PL. I primi sparano senza sapere neanche chi è l’uomo che stanno colpendo e, se a volte sbagliano persona, fa lo stesso. I secondi a persone ritenute personalmente colpevoli di qualcosa.

Arrestati, ma presto liberi

Il giorno prima a Milano, le Squadre di PL hanno fatto esplodere delle bombe in cinque sedi della Dc. I nomi son sempre quelli. Poi dicembre viene dedicato alle rapine. Ne mettono a segno diverse. Alcune sono rapine di massa. Alla Sogim vanno in sei e all’Upim di Cologno in sette, oltre agli incassi, fanno anche la spesa.

Negli stessi giorni viene arrestato Massimo Libardi, uno dei fondatori di PL, che viene mandato in soggiorno obbligato in Abruzzo. Una scelta davvero strana. Ma comunque funziona, perchè Massimo da un po’ non condivide la piega militare che ha preso PL. Finito il soggiorno, abbandonerà l’organizzazione e la militanza politica. Poco dopo finisce in manette anche Roberto Rosso, che però sarà libero nel giro di qualche mese.

Casalegno non aveva tutti i torti. Molte sentenze decisamente miti sono emesse da magistrati di sinistra, poco lucidi verso la vera natura del fenomeno e un po’ annebbiati da una malintesa gestione democratica della giustizia. Dovrà morire Moro, perchè aprano gli occhi.

A Torino, nei giorni prima di Natale, in sei vanno a sparare contro le tapparelle di una stazione dei carabinieri. Sopraggiunge un’auto della polizia, scappano, l’auto li insegue, ma loro lanciano una bomba a mano e i poliziotti rinunciano. Due giorni dopo replicano contro una caserma sempre dei carabinieri. E dopo altri due giorni, la vigilia di Natale, fanno esplodere 11 ordigni nel costruendo carcere delle Vallette. Del gruppo di fuoco torinese fanno parte: Laronga, Russo, Biancorosso, Maggi, Roccazzella, Manina, ma stavolta a dare una mano sono arrivati in quattro da Milano. Camagni, che ha preparato gli ordigni; Mazzola con un mitra Mab nascosto in una confezione da regalo natalizio e poi Coda e Crippa.
Mazzola è vestito da agente di Ps e Laronga ha un tesserino della polizia, dunque è facile farsi aprire dal custode e poi legarlo.

La fine delle Ucc

Quel che resta delle Ucc vuol avere anch’essa il suo dirigente d’azienda azzoppato, che ancora gli manca. Il 16 dicembre, a Milano, in tre feriscono Domenico Segala, dirigente Alfa Romeo. Tra loro c’è anche Alma Chiara D’Angelo, che già aveva partecipato al ferimento di un ginecologo, sorella di Annarita che invece ha lasciato le Ucc e il terrorismo.
Si tratta dell’ultima azione di rilievo, poi il gruppo nel corso del 78 va verso la dissoluzione. Alcuni militanti abbandonano la lotta armata, altri passano alle Br e alcuni ad altre formazioni. Guglielmi e Torrisi per un po’ si dedicheranno a rapine a scopo di lucro. Nel 79 Guglielmi, uno dei primi capi della lotta armata, lascerà l’Italia a bordo di una barca a vela e si stabilirà in Nicaragua, dove tuttora vive, fa il medico, con incarichi anche nell’Oms.

La vendetta per Walter
Il 28 dicembre si chiude l’anno con l’ultimo omcidio. E’ arrivata la vendetta per Walter Rossi e per gli altri. A pagare è Angelo Pistolesi, un missino coinvolto nell’episodio di Sezze, quando Saccucci uccise il giovane De Rosa. Lo aspettano sotto casa la mattina presto e gli sparano tre colpi. Rivendicano i Nuovi partigiani, una sigla nuova. Non si è mai saputo chi abbia sparato.

Bilancio

Il 77 si chiude con 18 morti. Cinque poliziotti, un avvocato, un giornalista e due cittadini (diciamo per sbaglio) uccisi da terroristi. Uno studente ucciso dai carabinieri. Due terroristi uccisi, uno dai carabinieri e uno da un armiere. Tre giovani ammazzati dai fascisti e un fascista dai rossi. Tre giovani uccisi dalle loro bombe.
I feriti sono 41. Sedici dirigenti d’azienda e due dello Stato, sette democristiani, cinque giornalisti, quattro medici e due poliziotti. E poi due studenti, uno ferito dalla polizia e uno dai fascisti.

g.g.

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