Capitolo precedente: 21) PL attacca le Murate. Le Br: colpire il cuore dello Stato


Perchè Moro
L’attacco al cuore dello Stato non può essere solo uno slogan. Un poliziotto o anche un magistrato non sono proprio il cuore dello Stato. Secondo il comitato esecutivo delle Br, composto da Moretti, Micaletto, Azzolini e Bonisoli, quel cuore ha un nome: Aldo Moro. Già a fine settembre ’77 hanno deciso di sequestrarlo e di lanciare così una sfida senza precedenti allo Stato, un braccio di ferro che potrebbe segnare una vittoria decisiva per la lotta armata, ma potrebbe anche essere mortale.

Ma perchè Moro, che non ha alcun incarico di governo, e non invece Andreotti, che è presidente del Consiglio oltrechè uomo più di destra?
A dire il vero avevano pensato anche a lui e a Fanfani. Li avevano pedinati, Morucci e Faranda qualche volta avevano praticamente accompagnato Andreotti in ufficio. Ma per ragioni logistiche il sequestro appariva complicato.

Moro e Berlinguer

Moro però non viene scelto solo perchè vive in un quartiere più tranquillo e defilato e perchè è un abitudinario. Viene scelto perchè è considerato il più intelligente. E’ l’uomo che ha una visione e una strategia e sul quale – secondo le Br – punta il Sim per rinsaldare il suo potere in una fase di crisi e ristrutturare in senso autoritario lo Stato. Quella strategia si chiama solidarietà nazionale cioè si’ al compromesso storico. Moro è l’uomo che sta portando il Pci al governo. E non conta se i comunisti avranno ministri o no, è la partecipazione al governo del Paese quello che Moro chiede e offre a Berlinguer, cioè la sua collaborazione alla pacificazione sociale e al superamento della crisi. Ed è anche astuto Moro, perchè mentre per Berlinguer il compromesso storico è un obiettivo strategico, per lui è solo tattica. E’ il mezzo per superare questi anni terribili di crisi economica, politica e morale, sfruttando l’essere il Pci la vera classe dirigente nel Paese. E’ un compromesso a tempo.

A ottobre, quando Moro è diventato una preda, c’è ancora il governo delle astensioni. Per la prima volta il Pci non è più all’opposizione. E per la prima volta anche gli americani, dopo aver minacciato di tagliare tutti i fondi all’Italia, avevano detto sì. Certo un sì non entusiasta, ma si sono lasciati convincere che la cosa può funzionare. Non è più il 74, quando Kissinger minacciò brutalmente Moro di “pagarla cara”, se avesse continuato a trescare con Berlinguer, tanto che Moro ebbe un malore e fu li lì per lasciare la politica.

Ma proprio mentre le Br preparano il sequestro, le cose cambiano. A gennaio il Pci ritira la non sfiducia, perchè è una posizione dove non conti niente e paghi i prezzi politici come fossi al governo. E chiede di entrare a far parte della maggioranza. Inizia così una lunga e delicata trattativa, della quale Moro, che è il presidente della Dc, è uno dei registi.

Lo stato di salute delle Br
Alla vigilia del sequestro le Br sono in buona salute. Da oltre due anni sono praticamente intoccate e negli ultimi sei mesi sono arrivati nuovi aspiranti brigatisti. Le quattro colonne più qualche comitato regionale (presenti dove non ci sono i numeri per una colonna) contano, tra regolari e irregolari circa 250 uomini. Poi c’è la galassia dei fiancheggiatori, difficile da quantificare. Moretti ha detto che, per ogni brigatista, c’erano altri dieci che aiutavano le Br. Ha un po’ esagerato, a meno che nei dieci non abbia contato anche i semplici simpatizzanti, categoria però politicamente vaga e mutevole, di fatto indefinibile. Diciamo che i fiancheggiatori veri possono essere il doppio dei brigatisti effettivi o poco più.

La colonna romana, nata da poco più di un anno, conta una quarantina di militanti, che dispongono in città di cinque basi più una tipografia. Provengono quasi tutti dall’area degli ex PotOp. Di operai non ce n’è, ci sono molti dipendenti pubblici, del resto siamo a Roma. Il comando è composto da: Moretti, Gallinari, Morucci, Faranda, Seghetti e Balzerani. Quando Moretti comunica che il Comitato escutivo ha deciso di rapire Moro, Morucci e Faranda esprimono qualche dubbio politico. Dicono che un’azione di quel livello appare staccata dai temi su cui si muove il movimento e che avrebbe prodotto una divaricazione tra lotta contro lo Stato, ridotta a scontro militare tra apparati, e lotta sui bisogni sociali. Sono obiezioni importanti, ma vengono avanzate molto timidamente. Moretti e gli altri le respingono e i due si mettono di buona lena ad organizzare il sequestro.

L’appartamento
Nel luglio del 77 Moretti aveva incaricato Anna Laura Braghetti di acquistare una casa per conto delle Br. C’erano ancora un bel po’ di soldi del riscatto Costa. Anna Laura è una ragazza di 24 anni, non è ancora brigatista, ma è quel che ci vuole, una “pulita”. Certo, anche una affidabile e per lei ha garantito Seghetti, che è stato il suo compagno per un paio d’anni.

Anna Laura vive da sola, ha perso la madre a 5 anni e il padre da un paio d’anni. Ha un diploma e avrebbe voluto fare l’università come il fratello, ma doveva mantenersi e così è andata a fare la segretaria in un’azienda edile. Ai tempi della scuola ha bazzicato nel giro di LC poi si è messa con Bruno Seghetti, il quale, visto che a casa sua dorme in salotto, si trasferisce da lei. Un giorno arriva con un borsone di armi, la sera quando vanno a letto mette la pistola sul comodino. Lei ovviamente lo copre, ma non partecipa, di fatto è la classica fiancheggiatrice. <Poi Bruno un giorno mi disse che dovevamo lasciarci e ci lasciammo. Io ne soffrii lui non credo>.
Poco nota, impiego regolare, minuta, graziosa, faccia da bimba. La persona perfetta per affidarle una casa importante. Moretti le spiega come deve essere questa casa, perchè è destinata a diventare una prigione.

Anna Laura Braghetti assieme a Gallinari, negli anni 80

Un primo piano, accesso dal garage, senza portiere, senza fermate di bus vicine, panchine o negozi davanti. Le spiega anche che dovrebbe vestirsi in modo più anonimo, non con quei vestiti colorati e le gonne a fiori da femminista. Ma lei gli risponde che forse è lui che non dovrebe vestirsi come negli anni 50, se non vuol dare nell’occhio, almeno un paio di jeans.
In via Montalcini trova la casa giusta, ha anche un piccolo giardino. Moretti fa montare le inferriate alle finestre e, assieme ad Anna Laura, va a comprare i mobili: un divano a fiori gialli e arancioni, due letti, un tavolo e poco altro. Lei compra anche una gabbia con canarini e un pesciolino rosso.
E ci va ad abitare, anche se per parenti e amici sta ancora nella vecchia casa di famiglia.

Ma non ci va da sola. Moretti le porta in casa un giovane, che lei conosce, perchè hanno avuto una breve storia. E’ Germano Maccari, che da quel momento sarà ufficialmente suo marito, l’ing. Altobelli. Lui, Morucci e Seghetti sono inseparabili dai tempi di PotOp, è stato l’autore della prima gambizzazione nel 73. E’ entrato nelle Br da poco, già destinato a questo delicato compito, infatti viene tenuto inattivo e coperto. Moretti ha insistito per averlo come marito della Braghetti, evidentemente si fida molto di lui.
Dopo pochi giorni si stabilisce nell’appartamento anche Gallinari, ma rimarrà sempre nascosto, perchè ufficialmente ci vivono solo i signori Altobelli. Nonostante la Braghetti vesta da figlia dei fiori e lui come un uomo di mezza età, i due si innamorano e sono la vera coppia in quella casa.

In dicembre il col. Bozzo, ex braccio destro di Dalla Chiesa, viene a sapere che le Br hanno mandato a Roma un un loro militante da Torino, che fa il muratore, per dei lavori in un covo. Il colonnello informa il comandante dei carabinieri, ma quello risponde che le Br sono un problema del Nord, a Roma sono poca cosa.

I primi progetti
Già a fine ottobre hanno cominciato a seguire Moro, a controllarne movimenti e abitudini, entità e procedure della scorta. La prima ipotesi è di rapirlo all’università, dove fa lezione. Per questo Seghetti incarica la brigata universitaria di studiarne gli orari e i percorsi. Si chiama brigata, ma in realtà sono letteralmente quattro gatti. C’è Savasta, il capo, Emilia Libera, 25 anni studentessa, e altri due. Ma dopo poco l’idea viene scartata: troppa gente e la fuga sarebbe complicata.

Si pensa allora alla chiesa di Santa Chiara dove Moro va a messa al mattino. Anche lì controlli e sopralluoghi. Etro, quello che non se la sentì di sparare a Palma, viene mandato a disegnare una piantina della chiesa. Lui esegue diligentemente su carta millimetrata.
Il piano è quello di neutralizzare la scorta, senza sparare, se proprio non necessario. Ma anche questa ipotesi viene abbandonata. Ci vorrebero più di venti uomini e la prima parte della fuga a piedi è complicata. L’esito è troppo incerto.

L’auto blindata
A metà gennaio la scelta finale: verrà rapito per strada, bloccando l’auto su cui viaggia e quella della scorta ed eliminando gli uomini che lo proteggono. Non è una scelta solo logistica, ma anche politica. Uccidere cinque uomini di scorta con un’operazione di tipo militare, avrebbe un impatto fortissimo sull’opinione pubblica, sarebbe una clamorosa dimostrazione della propria i forza.
Un giorno che Moro è in chiesa, un brigatista va a controllare l’auto parcheggiata, per capire se è blindata. Non lo è, perchè i vetri hanno ancora il marchio di fabbrica originale. Questo facilita molto l’operazione, perchè le Br non hanno al momento armi pesanti per perforare la blindatura.

Il maresciallo Leonardi con l’ombrello e Moro

Semplici sottosegretari girano su auto blindate, perchè Moro no? E’ vero, non ha incarichi istituzionali, ma è pur sempre in quel momento uno dei due o tre uomini politici più importanti del Paese. Il suo caposcorta, il maresciallo Leonardi, ha chiesto di averne una e, secondo la moglie, anche Moro ha chiesto un’auto blindata e che fosse rinforzata la scorta, ma gli hanno risposto che non ci sono fondi. Andreotti e Cossiga negheranno: Moro non ha mai chiesto niente. E potrebbe anche essere vero, Moro è uno che non ama chiedere, ma forse lo Stato dovrebbe pensarci anche senza richieste.
Sta di fatto che l’auto blindata non ce l’ha. Eppure Leonardi e lo stesso Moro sono preoccupati, hanno percepito qualcosa. Il maresciallo ha notato una 128 che in più di un’occasione li ha seguiti, tanto che ha chiesto che venisse fermata e identificata. La 128 è l’auto preferita dalle Br. Ma nonostante questo nessuno si è preoccupato di proteggerlo meglio.

Qualcuno sa
In febbraio si riunisce a Velletri la direzione strategica, che viene informata dell’operazione che si sta preparando e approva. Ma non viene fatto il nome di Moro, almeno apertamente.
Ugualmente però cominciano ad essere un certo numero le persone che sanno cosa si sta preparando. Oltre alla direzione strategica e a quella della colonna romana, anche semplici militanti irregolari, incaricati di pedinare Moro e raccogliere informazioni. Sono una trentina almeno quelli che sanno, forse di più. Ed è difficile tenere un segreto in trenta. Qualcuno che non ha resistito e ha raccontato qualcosa alla moglie, a un compagno fidato, c’è . La voce all’interno di certi ambienti, ristretti certo, gira. E’ arrivata anche a Renzo Rossellini, direttore di “Radio citta futura”.

E lo hanno saputo i servizi segreti francesi, anche se pare non sappiano che l’obiettivo è Moro. E probabilmente lo sanno i sovietici. Visto che un agente del Kgb, Sergej Sokolov, spacciandosi per un borsista, per quattro mesi segue Moro, va alle sue lezioni, raccoglie informazioni, gli parla, per poi sparire nel nulla il giorno del suo sequestro. E il Mossad, che ha dimostrato di essere così ben informato sulle Br, non sa nulla? Anche nel caso però è difficile che dia una mano per salvare Moro, il politico più filoarabo.

Ma qualcosa sa anche la polizia. <Sapevamo che le BR avevano in animo di sequestrare un uomo politico importante – ha riferito Guglielmo Carlucci, braccio destro di Santillo – la notizia ci pervenne da fonte qualificata poco prima del sequestro Moro. Santillo inviò un appunto al capo della polizia Vicari. Ma proprio in quel periodo Santillo e io fummo estromessi>. L’antiterrosimo che aveva sgominato i Nap è stato infatti appena sciolto.
Ci sono poi i sospetti e i timori del maresciallo Leonardi, comunicati ai suoi capi, e la segnalazione del col. Bozzo. Eppure polizia, carabinieri e servizi sembra che dormano sonni tranquilli, nessun segnale è stato raccolto.

Il Pci al governo o quasi
Intanto la crisi di governo si è sbloccata. Moro vuole evitare a tutti i costi le elezioni, perchè teme un’ulteriore avanzata del Pci. L’unico modo è far entrare i comunisti in maggioranza. La Dc lo segue. Gli americani puntano i piedi, anche se da pochi mesi il nuovo presidente è il democratico Carter e Kissinger non c’è più. Ma Moro riesce a convincere anche loro: coinvolgere il Pci nel governo è il modo migliore per indebolirlo, spiega. E da Washington arriva l’ok, a una condizione: niente ministri comunisti.
Questo non significa che tutti siano d’accordo, anche negli Usa c’è una pluralità di centri di potere. Il Pentagono di certo non brinda e poi c’è il Partito repubblicano, al quale appartiene ad esempio il gen Haig, comandante della Nato in Europa.

I preparativi
Intanto Morucci, capo del logistico, provvede che venga procurato quel che serve. Ad un paio di brigate viene ordinato di rubare dieci auto, indicando anche i mod

Valerio Morucci

elli. Maccari si fa costruire da un falegname una cassa di legno e prepara la cella, insonorizzazione, presa d’aria, ecc. La cassa è robusta, 120 per 60, traforata per respirare, con le maniglie e ganci per chiuderla. Per provarla ci si è sdraiato dentro Gallinari.

Il luogo scelto per l’agguato è via Fani, angolo via Stresa, abitualmente percorsa dall’auto di Moro, una strada tranquilla senza negozi, c’è un bar, ma da gennaio è chiuso, si è trasferito. In quattro dovranno aspettare le auto, fermi sul marciapiede e si è pensato che, se saranno in divisa, desteranno meno sospetti. Tipo pilota di aereo andranno benissimo e sono facili da procurare. La Faranda acquista i cappelli, altri gli impermeabili alla Standa e altri ancora le mostrine. Sull’impermeabile di Gallinari le cuce la Braghetti, come una brava mogliettina.

A comporre il commando verranno brigatisti anche da fuori Roma. Sia perchè occorre gente esperta sia perchè per l’importanza dell’operazione ogni colonna deve partecipare. Anche se alla fine pare che manchi all’appello quella genovese. Fiore e Bonisoli i due “esterni”, vanno in una grotta vicino a Saluzzo ad allenarsi con le armi che dovranno usare.
Il solito Etro è stato dotato di una radio ricetrasmittente. Deve avvistare le auto di Moro alla chiesa di S.Francesco e avvertire. Ma la radio non funziona bene e si decide si fare in altro modo. A lui rimane il compito di ritirare le armi dopo l’agguato e portarle in luogo sicuro.

Il 16 marzo alla Camera verrà votato il nuovo governo Andreotti, un monocolore Dc, ma per la prima volta il Pci sarà in maggioranza. Moretti aveva già scelto il 16 come data possibile, una coincidenza voluta dal destino, e dunque il 16 sia. Bisogna far presto. Il 12 il commando si riunisce nella solito villino fuori mano di Velletri per mettere a punto gli ultimi dettagli e fare una simulazione in giardino.

Lunedi 13, Moretti se la prende con quelli che debbono rubare le auto, perchè scopre che non sono pronte, manca la Fiat 132 e due auto già rubate sono sparite. Alla fine saranno nove quelle a disposizione.
Il 14 tutto sembra pronto, sono arrivati a Roma anche Fiore e Bonisoli. Il 15 sera Seghetti e Fiore vanno a tagliare le gomme del camioncino di un fioraio che tutte le mattine vende i

Raffaele Fiore

fiori proprio nel punto dove debbono prendere Moro. Così non sarà tra i piedi. Hanno anche pensato di fargli avere un risarcimento, ma poi, visto che, i giorni successivi, in quel posto vende un sacco di fiori, decidono di no.

Ignorano però che la seduta alla Camera rischia di saltare. All’ultimo Moro ha depennato i nomi di tre ministri, indipendenti di sinistra, concordati tra Berlinguer e Andreotti. Per di più la lista dei ministri è davvero deludente, un governo mediocre che non promette nulla di buono. Berlinguer si infuria, Pajetta propone di mandare tutto all’aria, Zaccagnini minaccia le dimissioni da segretario Dc. Ma Moro non molla: l’ho promesso agli americani. Alla fine il governo nascerà, ma Berlinguer ha preparato per il giorno dopo un discorso molto critico.

Le illusioni brigatiste
Cosa hanno in mente le Br, cosa pensano di ottenere? Nella loro ottica che considera i rapporti politici e socioeconomici alla stregua di un ingranaggio meccanico, per il quale ad un’azione corrispondono reazioni obbligate e rigidità di comportamenti, ignorando invece la sempre maggiore complessità ed elasticità del sistema, sono convinte che, essendo Moro l’uomo chiave del Sim, il tramite con una sorta di misteriosa entita sovranazionale, il governo farà di tutto pur di riaverlo libero.

Sono certi che tra le forze politiche esploderanno i contrasti, e che, nella loro debolezza, le istituzioni saranno pronte a scendere a compromessi. E dunque le Br potranno ottenere molto, innanzitutto il riconoscimento del loro essere una forza politica con la quale si devono fare i conti.
In secondo luogo pensano di inscenare un processo a Moro e alla Dc da contrapporre a quello ai fondatori delle Br in corso a Torino, affermando così in modo eclatante il loro essere Antistato

In terzo luogo ritengono che la cattura di Moro possa aprire una crisi difficilmente gestibile nel Pci, tra i vertici e la base, che avrebbe trovato nelle Br una nuova guida, per combattere il potere Dc, invece che farci compromessi. E qui mostrano appieno di vivere in un altro mondo.
Ancora, l’aver colpito così in alto, avrebbe mostrato tutta la potenza delle Br, drenato verso di loro i tanti giovani che fanno apprendistato nelle formazioni minore e costretto le stesse a riconoscere che le Br sono l’unico vero partito armato e accettarne la leadership.
Infine pensano che Moro sia depositario di tutti i segreti della Repubblica, dalle stragi, agli scandali, ai segreti militari e li avrebbe rivelati.

L’agguato
I brigatisti scelti per l’operazione “Fritz”, così l’hanno chiamata, mettono la sveglia alle sette. La figlia di Moro si è chiesta: <Come fa un uomo ad andare a letto, mettere la sveglia per alzarsi in orario per andare ad uccidere…. e dormire?>. In fondo non è difficile rispondere. Probabilmente avranno dormito poco e male, per la tensione inevitabile, ripetendosi mentalmente il piano e i singoli compiti, ma non perchè agitati da dubbi morali e scrupoli di coscienza. La fede e il fanatismo che li muove sono un anestetico potentissimo e deforma ogni sentimento. Sono convinti di agire per un bene superiore alla vita di qualche uomo.

Alle 7,30 sono tutti pronti, dopo una colazione leggera o, meglio, nessuna colazione, perchè il manuale del perfetto brigatista consiglia di andare a sparare a stomaco vuoto. Nel caso si venga feriti ci sono meno problemi ad essere operati. Tutti hanno in tasca la loro pistola e almeno un caricatore di riserva.

La Braghetti abbraccia Prospero, il suo nuovo amore. Moretti e Casimirri invece partono assieme alla loro compagna. Alle 8 sono tutti in zona. Bonisoli, sarà la tensione o il digiuno, è pallido, gli tremano le gambe, allora va in un bar a bere qualcosa di forte. Moretti, arrivato con la Balzerani, prende una 128 familiare targata Corpo diplomatico e risale il percorso che faranno le auto di Moro, è tutto tranquillo. Arriva fino in via del Forte Trionfale, davanti alla casa del presidente della Dc. Davanti al portone ci sono una Fiat 130 blu e un Alfetta bianca. Perfetto, Moro tra poco partirà.

Gli altri intanto hanno preso posizione lungo via Fani. Conoscono quel tratto di strada a memoria, lo hanno studiato metro per metro. Morucci, Gallinari, Bonisoli e Fiore, tutti vestiti con gli impermeabili da avieri, un paio di misure più grandi, perchè sotto hanno giubbotti antiproiettile, si mettono dietro alle fioriere del bar chiuso, sul lato sinistro della strada, a qualche metro dall’incrocio. Hanno delle borse con dentro i mitra e i caricatori, con la scritta Alitalia, ritagliata da un’altra borsa.

Alvaro Lojacono

Lojacono e Casimirri, i due figli della Roma altolocata, si parcheggiano sul lato destro della strada, con la loro 128 bianca, a un centinaio di metri dall’incrocio. Un’altra 128, come quella che Leonardi aveva visto seguirli. Il primo si è appiccicato sulla sua faccia da bravo ragazzo dei baffi finti. Il secondo, i baffi ce li ha di suo, e i capelli lunghi, forse è troppo riconoscibile, si è messo in testa un passamontagna pronto per essere calato. Lojacono ha un fucile automatico calibro 30 e Casimirri un mitra, oltre alle pistole. Bisogna sempre avere armi di riserva, perchè si possono inceppare.

Rita Algranati, la moglie di Casimirri è invece sull’altro lato della strada, 150 metri più indietro, in piedi accanto al suo vespino. In mano ha un mazzo di fiori. L’altra donna, Barbara Balzerani, è seduta in una 128 blu, parcheggiata oltre l’incrocio, sotto il giaccone ha un mitra Skorpion e una paletta della polizia. Seghetti è parcheggiato, al volante della 132, in via Stresa, subito girato l’angolo di via Fani, in contromano. Raimondo Etro aspetta in via Massimi, che dista un km. Deve raccogliere tutte le armi e portarle via. La Faranda è nella base, dove vive con Morucci, sintonizzata sulle frequenze di polizia e carabinieri, per avere informazioni che possono essere utili. 
Altre auto sono parcheggiate nei posti previsti per il cambio auto o per eventuali emergenze.

Poco dopo torna anche Moretti, che parcheggia la sua auto sul lato destro a circa 200 metri dall’incrocio, in modo da poter tenere d’occhio l’Algranati e il suo mazzo di fiori. A piedi percorre quei 200 metri per controllare che tutti siano al loro posto poi torna a sedersi in auto. Ora si tratta solo di far passare una trentina di interminabili minuti, continuando a guardarsi attorno e a cercare di deglutire saliva che non c’è.

Alle 8,30 anche Moro è pronto, si è appena sbarbato e ha indossato il solito vestito scuro a doppiopetto, camicia bianca con i gemelli e cravatta. La moglie è già andata nella vicina chiesa a tenere lezioni di catechismo e il figlio al suo lavoro di avvocato. In casa è salito il fido Leonardi, che veglia su di lui da 15 anni. Tra i due c’è un rapporto di solida amicizia, ma celato dai modi formali a cui Moro non viene mai meno.
Alle 8,45 il presidente Dc saluta il nipotino di 4 anni, che quella notte ha dormito dai nonni. E con due borse si avvia, seguito da Leonardi con altre tre borse. Cinque borse che porta sempre con sè. In una ci sono medicinali e uno strumento misurapressione, Moro è un po’ ipocondriaco. Una con effetti personali e carte riservate. Nelle altre articoli che sta scrivendo, libri e tesi di laurea. Alle 11 deve essere all’università per laureare 12 allievi. Ma prima vuol passare alla Camera a sentire il discorso di Andreotti.

g.g.

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