Capitolo precedente: 23) La strage di via Fani

 

Inizia la prigionia

Scaricata la cassa sul pavimento, Maccari e la Braghetti escono dalla stanza. Solo Moretti e Gallinari possono vedere e avere contatti con Moro. I due si calano il passamontagna e lo tirano fuori. <Presidente ha capito chi siamo?> gli dice Moretti. E lui: <Sì ho capito>.

Lo fanno entrare nella cella, dietro l’intercapedine. La porta d’ingresso è bassa, circa 150 cm, ed è nascosta da un mobile libreria. All’interno c’è un piccolo ingresso con un’altra porta che dà nella cella, larga 120 cm e lunga 2 metri e 80. E’ tutto foderato di polistirolo, c’è una rete con materasso, uno sgabello, un bagno chimico e, appeso a una parete, un drappo rosso con la stella delle Br. C’è anche una sistema di areazione e una spia per controllare da fuori l’interno, la luce è sempre accesa.

Solo quando è dentro viene sbendato. Gli dicono di togliersi gli abiti e di mettersi quelli sul letto. Una camiciona, dei pantaloni con l’elastico e pantofole. Moro è calmo, non si agita. Ha ben chiaro che l’unica via d’uscita possibile è instaurare un dialogo con i suoi rapitori. Dopo poco però è preso da un attacco di claustrofobia, fa fatica a respirare. Allora gli aprono tutte e due le porte e l’attacco passa.

La prima cosa che Moro chiede sono le sue medicine, ma nelle due borse prese non c’è il tranquillante. Si preoccupa, spiega che non può farne a meno. Moretti promette che entro sera l’avrà e manda la Braghetti a comprarlo. Poi la porta si chiude e non ne uscirà più, se non per essere riconsegnato cadavere.

Nel pomeriggio la ragazza va in una farmacia. E’ rischioso: potrebbero aver diramato i nomi dei farmaci che Moro usa e lei non ha neppure la ricetta. Ma nessuno ci ha pensato. Gli altri esaminano le borse e restano delusi, non c’è nulla di interessante. Non sembrano le borse di quello che ritengono l’uomo piu potente d’Italia.

La gente in piazza, la sorpresa di Moretti.

Il Paese è sotto shok, questa volta non è il solito titolo stupido dei giornali. Nessuno si aspettava che le Br potessero arrivare a tanto. I partiti dichiarano subito che lo Stato non cederà mai, tranne il Psi di Craxi, che parla di salvare l’ostaggio. C’è chi chiede leggi speciali, anche la pena di morte, ma Dc e Pci dicono di no: è quello che le Br vogliono. Andreotti va in tv e chiede agli italiani di stare calmi e collaborare con la polizia.

I sindacati proclamano lo sciopero generale e le piazze si riempiono. Il Pci mobilita le masse, solo gli iscritti al partito sono quasi due milioni, ma nelle piazze ci sono anche centinaia di bandiere bianche della Dc. Non si vedevano dal 48. Un primo risultato le Br lo hanno ottenuto: invece di mettere in crisi lo Stato, la gente si sta ricompattando attorno alle istituzioni, fino a ieri screditate.

La Cgil aveva anche proposto di creare ronde operaie antiterrorismo in fabbrica, ma Cisl e Uil hanno detto no.

Sorprendentemente Moretti resta sorpreso. <Pensavamo che sarebbe esplosa la contraddizione tra vertice e base, nel momento in cui avessimo messo la Dc con le spalle al muro. …La linea dell’unità nazionale sarebbe entrata in collisione con l’anima di base>. Ma la base è lì in piazza con le bandiere rosse, la falce e il martello. <Rimanemmo folgorati, capimmo che il Pci ormai era la punta avanzata dello Stato e la base scendeva in piazza>. E questo dà la misura dell’extrarealtà in cui vivono i brigatisti.

Ma Moretti non si rassegna, se ti sforzi trovi sempre qualche conferma ai tuoi desideri. Il giorno dopo entrando in via Montalcini annuncia trionfante che nelle grandi fabbriche alcuni reparti hanno scioperato in minima parte. <Abbiamo battuto il compromesso storico, questo il proletariato lo ha capito bene e aspetta le nostre mosse>. Lo sciopero in alcune fabbriche non è stato massiccio, ma si sa che tanta gente non è disposta a perdere soldi per scioperi politici, che non portano niente in tasca agli operai. Moretti scambia una certa dose di qualunquismo per coscienza rivoluzionaria.

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E comunque ora il vero regista del Sim in Italia è nelle nostre mani e saremo noi a dettare le condizioni>. Moretti non lo sa, ma si sbaglia di nuovo.

Tutti contro le Br
Lotta Continua condanna, ma lancia lo slogan “Né con lo Stato, né con le Br”. E’ una posizione che riscuote qualche successo nell’area della sinistra più radicale e intellettuale. Forse ha il merito di trattenere qualche giovane dall’aderire alla lotta armata. Ma è anche un neutralismo che condanno all’impotenza e all’irrilevanza politica.

E’ la prosecuzione di un altro slogan: “i brigatisti sono compagni che sbagliano“, che è all’origine di quella zona grigia di fiancheggiamento passivo. Quella solidarietà che non puoi negare a uno col quale non sei d’accordo, ma è sempre un compagno. Già, la parola compagno, una parola antica, che poteva apparire vecchia e ormai priva di fascino e che invece tra tanti giovani ha ritrovato straordinaria forza e appeal, e un significato spesso totalizzante: si può criticare, ma mai tradire un compagno. Tutta colpa di quel 68 lontano ormai dieci anni.

Anche la galassia dell’autonomia e pure quella della lotta armata si dissociano e criticano le Br. Molto dura la reazione di Rosso: <Sia ben chiaro, le Br non hanno nulla a che fare con l’Autonomia… sono una variabile impazzita… Ogni ultimo residuo rapporto è caduto, la loro linea politica è abissalmente errata>.

Più sfumata ma comunque netta anche quella di Prima linea. Scrive Solimano su “Senza Tregua”: <questa organizzazione si pone al di fuori dei processi di aggregazione proletaria, si pone come iniziativa soggettiva di partito senza contribuire alla costruzione di un potere effettivo da contrapporre ogni giorno al nemico di classe nelle fabbriche, nei territori, nelle scuole. Al contrario il rapimento di Moro se può avere degli effetti disarticolanti nei confronti dello stato, provoca gli stessi effetti anche all’interno del movimento di classe, dei settori rivoluzionari>.

La stessa mattina che le Br fanno una strage in via Fani, a Torino Pl distribuisce nei quartieri operai 24mila biglietti del tram, che hanno rapinato. È una divergenza di prospettive radicale che viene spazzata via dal salto nel livello dello scontro.

A tutti è chiaro che l’attacco al cuore dello Stato, compiuto ai massimi livelli, sposta la lotta armata sul terreno del militarismo spinto, sradicandola dai movimenti di lotta e proiettandola in una guerra all’ultimo sangue con gli apparati dello Stato. Col rischio di provocare quella repressione che finora è stata piuttosto tenue. Cosa che i Volsci sintetizzano molto bene: <Le Br commettono l’errore fondamentale di non vedere la superiorità di fuoco, di mezzi e di uomini del nemico>.

Il rapimento Moro segna la fine di un’epoca politica. La fine del decennio delle lotte, dei movimenti e del sovversivismo, che per la verità già non era in buona salute. Le Br si pongono come anti-Stato, mentre il famoso “movimento” è fuori e contro qualunque Stato.

Come droga pesante
A PL e all’Autonomia è anche chiaro che con questa azione le Br mirano ad una posizione egemonica, quella del partito che detta la linea. E questo non può andare bene. Ma nonostante la loro dissociazione, questo accadrà. Nella massa di giovani armati o tentati dalle armi, la potenza militare, l’efficienza organizzativa, l’audacia politica mostrate dalle Br, suscitano un’indubbia ammirazione e attraggono. Molti, proprio dopo Moro, si decideranno al passo definitivo dentro al terrorismo.

Allo stesso tempo le altre formazioni armate, in una dialettica concorrenziale, saranno spinte a rincorrere le Br. Perchè, racconta Laronga: <ogni squadra, ogni più piccola formazione guerrigliera sognerà “la sua via Fani”, alimentandone il mito, ma in realtà smettendo qualunque livello di intervento politico nel territorio». Il sequestro Moro è come un’iniezione di droga pesante… non ne puoi più fare a meno e dopo nulla è piu uguale.

Alcuni giorni dopo il rapimento, Azzolini incontra Solimano e Alunni. Il brigatista, oltre a informarli che è in progetto il rapimento a Milano di Leopoldo Pirelli (progetto poi sfumato), chiede che Fcc e PL compiano alcune azioni militari a sostegno dell’operazione Moro. La risposta di Solimano è no, Alunni sarebbe propenso, ma non vuole mettere in crisi l’unificazione con PL appena avviata.

Le indagini e la P2

Il ministro degli Interni Francesco Cossiga

Cossiga nelle prime ore dopo il sequestro ha costituito tre comitati. Uno con un po’ di ministri, sostanzialmente inutile. Uno con i capi di polizia, carabinieri, Sismi, Sisde, Guardia di Finanza, questore di Roma e qualcun altro, che deve coordinare le indagini. I suoi membri sono tutti iscritti alla P2. E un terzo di esperti vari, psicologi, criminologi, linguisti, scelti personalmente da Cossiga, abbastanza misterioso, perchè ancora oggi non se ne conoscono tutti i membri. E’ il comitato che si occupa di analisi e strategie. Anche qui un discreto numero di piduisti.

Ma non val la pena cercare uno ad uno i piduisti, perchè ne basta uno: Gelli. Cossiga lo consulta quasi quotidianamente. Il capo della P2 ha libero accesso negli uffici della Marina militare, dove si tengono riunioni segrete, sotto il nome di Luciani, (quello che usa quando si presenta come capo dei servizi segreti, ma non è una millanteria, perchè Gelli ha anche un recapito telefonico nella sede del Sismi di Firenze). Tutto l’affare Moro è gestito sotto la regia occulta della P2. E non è un caso che i verbali e i documenti di questi organismi siano spariti. Come spariranno o verranno cancellate o manipolate diverse intercettazioni telefoniche.

Il capo della P2 Licio Gelli

Due anni prima Gelli aveva preparato il “Piano di Rinascita”, che è l’esatto opposto di tutta la politica di Moro. E se qualcuno ti può togliere di mezzo Moro non è che ti disperi.

Nonostante l’abbondanza di comitati, la risposta dello Stato partita male, prosegue peggio. Progressivamente vengono messi in campo migliaia di uomini, compresi militari di leva, vengono fatti centinaia di posti di blocco, migliaia di perquisizioni e centinaia di fermi, senza produrre neppure il più piccolo risultato. Il fatto è che si cerca alla cieca, anzi si fanno operazioni di parata e non di indagine vera, a dirlo è il procuratore generale.

Ecco i sospettati….. una figuraccia
Delle Brigate rosse si sa poco o niente, almeno ufficialmente. Vengono diramati nomi e foto di 20 sospettati, che verranno pubblicate da alcuni giornali. C’è il vertice delle Br, ma ben 13 nomi non c’entrano con le Br, ci sono tre delinquenti comuni, di cui due già in carcere, e uno che compare due volte con nomi diversi. E poi c’è Pisetta che tutti sanno essere a libro paga del Sid, Antonio Bellavita che sta a Parigi da anni, Giustino De Vuono un “comune” coinvolto nel sequestro Saronio, uno del Superclan e ancora Alunni e Ronconi, usciti dalle Br nel 75.


La cosa evidente è che sono stati presi nomi a casaccio da indagini vecchie di anni. Questo è tutto quello che tre polizie e due servizi segreti hanno nei loro archivi. Il Pm Infelisi confermerà: <
Trovai gli schedari che riguardavano le Br vuoti perché le attenzioni erano rivolte altrove>. Si è scoperta solo una cosa, chi ha comprato i cappelli da pilota, la commessa del negozio ha riconosciuto la Faranda.

Impreparati?
Si è sempre sostenuto che gli apparati di sicurezza erano impreparati, come se le Br fossero state un’apparizione improvvisa. E invece esistevano da 7 anni, avevano già ferito, rapito e ucciso. Si è detto che l’impreparazione era dovuta anche alla riforma dei servizi segreti avvenuta in quei mesi. Una sciocchezza, perchè solo il Sisde era una struttura in parte nuova, il Sismi aveva di fatto cambiato solo nome, le reti di informatori e gli archivi non è che erano stati buttati, e poi c’erano polizia e carabinieri, non toccati dalla riforma.


E comunque non era un’impreparazione degli ultimi tre mesi, ma degli ultimi tre anni. Da quando era stato sciolto il nucleo Dalla Chiesa, che aveva quasi azzerato le Br. E in gennaio è stato sciolto anche l’Antiterrorismo di Santillo, che aveva sgominato i Nap.

Ma non è solo impreparazione, c’è anche una volontà politica e una regia occulta. Intanto le indagini vengono affidate a un magistrato giovane e inesperto, che, quando gli fanno il nome di Moretti, chiede chi è. Per di più abbandonato a sè stesso, in un ufficio privo di telefono, costretto a recarsi nel corridoio della Procura per chiamare da un apparecchio a gettoni. La magistratura è tagliata fuori, le indagini le conduce o non conduce personalmente Cossiga con i suoi comitati. Al punto che, in base a un decreto ad hoc, la magistratura è obbligata a girare in copia tutte le carte al ministro.

Esemplare quel che ha raccontato il col. Bozzo, che era stato il braccio destro di Dalla Chiesa e ora è il capo dell’antiterrorismo a Milano, inviato a Roma per collaborare alle indagini. <Praticamente non mi facevano fare niente, tanto che non sapendo cosa fare me ne andavo al cinema. Poi me ne tornai a Milano>.

Civico 96, interno 11
Le indagini sono nel caos, ma un’intuizione o una soffiata buona arriva. Perchè appena due giorni dopo il sequestro la polizia va a perquisire proprio via Gradoli 96. Non è la prigione di Moro, ma è altrettanto importante, perchè lì abita Moretti assieme alla Balzerani. Non va solo lì, anche in qualche altra decina di posti, ma a Roma ci sono milioni di case e se la prima o la seconda casa dove vai è quella giusta difficile che sia solo un caso.

Via Gradoli 96 è uno strano condominio, perchè la metà degli appartamenti sono di società del Sisde e anche la polizia ne ha tre o quattro. Quello di Moretti no, glielo ha affittato una collega universitaria di Piperno. E non c’è prova che il capo delle Br sapesse di essere finito in una specie di covo dei servizi. Però si scoprirà che la polizia teneva d’occhio quel condominio, per alcuni inquilini sospetti.

Dunque il 18 marzo la polizia suona a tutti gli appartamenti. Ma all’interno 11 non aprono. L’ing Borghi, che ci abita con la moglie, sarà al lavoro e la polizia non può sfondare la porta. Ma Moretti e la Balzerani non sono al lavoro, sono dietro quella porta, hanno preso le pistole, messo il proiettile in canna e son pronti a sparare.

Gli agenti fanno per andarsene, ma la signora Mokbel che abita sullo stesso pianerottolo dice che in quell’appartamento ci sta gente sospetta, la notte precedente ha sentito a lungo provenire un tichettio, tipo segnali Morse. L’idea dei segnali Morse, in realtà era una macchina da scrivere, forse fa pensare ai poliziotti che la signora sia un po’ mitomane. Ma lei insiste, scrive un biglietto e chiede agli agenti di consegnarlo al vicequestore Cioppa, che lei conosce bene. Quelli lo prendono e se ne vanno.

Qualche settimana dopo Lucia Mokbel va da Cioppa e gli chiede del biglietto, ma lui dice di non averlo mai ricevuto. E non se ne saprà più nulla. Solo molti anni dopo sarà sentito Elio Cioppa, che confermerà di non aver mai ricevuto quel biglietto e che l’incontro con la donna avvenne in settembre e non con Moro ancora prigioniero, come aveva detto la Mokbel. Una bella differenza!! Anche il capo pattuglia nega tutto: mai sentita sta storia del Morse e mai avuto il biglietto. Lei insiste sino a che, misteriosamente malmenata, dice di non ricordare più a chi diede il biglietto. Ma un agente che quella mattina era in via Gradoli, sentito dai Ros, conferma tutto.

Chi ha buttato il biglietto, il brigadiere o il vicequestore? Non si sa, anche se è improbabile che un brigadiere si prenda la responsabilità di farlo. Si sa però che Elio Cioppa è iscritto alla P2 e in contatto diretto con Gelli. Due anni dopo andrà dal venerabile a chiedere dove indirizzare le indagini sulla strage di Bologna e Gelli risponderà: all’estero.

Moretti può continuare a dormire sonni tranquilli. La sua buona stella continua a proteggerlo.

La foto di Moro

Lo stesso giorno le Br fanno trovare il primo comunicato e una foto di Moro, seduto davanti ad un drappo rosso. La barba di un giorno, l’aria frastornata e affranta, con quella stella a cinque punte sopra la testa, una terribile umiliazione per lo Stato.

Nel comunicato, lungo, ripetitivo, pesante, scritto a spazio uno, come è lo stile delle Br, si legge che <cinque agenti dei famigerati corpi speciali sono stati annientati>, ma erano semplici e anche poco addestrati agenti di polizia. E ancora che <Moro, il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso del regime democristiano…. servo del Sim… sarà processato da un tribunale del popolo>.

I comunicati li scrive Moretti, che poi li porta al Comitato esecutivo, che li legge, nel caso apporta qualche correzione. Gli incontri avvengono a Firenze, pare nell’appartamento di un insospettabile, dove Moretti si reca circa una volta alla settimana.

Secondo Moretti, dopo un mese le riunioni si spostarono a Rapallo. Altri però dicono che continuarono a Firenze fin quasi alla fine. Ma Azzolini in un intervista dirà che la prima volta che mise piede a Firenze era luglio. Difficile capire chi dice la verità, forse nessuno.

Fausto e Iaio
La sera di quello stesso giorno, il 18 marzo, a Milano, due amici di 19 anni, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, stanno andando a casa di Fausto. La mamma ha invitato Lorenzo, Iaio per gli amici, a cena. Sono due compagni, frequentano il centro sociale Leoncavallo. Percorrono una strada buia e deserta vicino al centro sociale. Tre figure nell’ombra, con addosso impermeabili bianchi, li aspettano, li fermano, forse dicono qualcosa, pochi secondi poi uno dei tre estrae la pistola e spara sette colpi, col silenziatore Fausto cade per primo trafitto da quattro proiettili. Iaio cerca un’impossibile fuga, ma crolla a terra dopo pochi metri.

Il cadavere di Lorenzo Iannucci – Iaio

Le indagini sono fatte coi piedi, la perizia sbaglia anche la marca dei proiettili. La polizia liquida l’esecuzione come una faccenda di droga. Ne gira tanta nei quartieri e tanti giovani muoiono, imbottiti di eroina o di piombo fa poca differenza, due in più.

Ma i due non si drogano. Anzi hanno collaborato ad un inchiesta sugli spacciatori della zona. Quelli del Leoncavallo hanno dichiarato guerra allo spaccio, nel quale sono coinvolti diversi fascisti che hanno buoni rapporti con la malavita, in particolare con la gang di Turatello. Pochi giorni prima un fascista del quartiere era stato sprangato in quanto spacciatore. Potrebbe essere una vendetta, ma la cosa è strana, perchè non sono stati colpiti due a caso che uscivano dal Leoncavallo, come è capitato altre volte, da una parte e dall’altra. L’obiettivo era Fausto, perchè si scopre che un paio di giovani, con auto targata Roma, avevano chiesto informazioni agli inquilini di casa sua. Lo stavano cercando. Ma Fausto non è un personaggio noto, è uno tra i tanti del Leoncavallo.

I giornali si occupano poco di questo delitto, ma il giorno dei funerali ci sono decine di migliaia di giovani dietro le bare

Da Roma arriva la rivendicazione di una sigla legata ai Nar. Oltre alla targa e alla rivendicazione c’è un’altra firma che porta a Roma. Gli impermeabili bianchi sono una specie di divisa dei Nar, come anche il silenziatore e la retina attaccata alla pistola per trattenere i bossoli. Ma perchè venire fin da Roma per uccidere due tutto sommato innocui? Ce ne sono tanti da ammazzare giù a Roma.

Le stranezze non sono finite. Quando i genitori di Fausto tornano da Trento, dove hanno sepolto il figlio, trovano la casa svaligiata, ma hanno rubato solo delle cassette che Fausto aveva registrato. Mesi dopo un giornalista che dice di aver scoperto qualcosa e si è rivolto ai carabinieri, viene falciato da un’auto, che i testimoni dicono l’abbia colpito volutamente. E il suo borsello viene trovato vuoto.

Un anno dopo in casa di Mario Corsi, un fascista dei Nar, vengono trovate le foto dei due ragazzi. Quale motivo può avere un fascista di Roma per avere quelle foto? A suo carico ci sono altri indizi relativi ai proiettili usati. Poi arrivano i pentiti che accusano proprio Corsi e fanno il nome di Carminati. I due più un terzo vengono indagati, ma l’inchiesta finirà archiviata.

Il funerale di Fausto e Iaio

Sono stati i fascisti, ci sono pochi dubbi. L’anno dopo gli stessi con anche Fioravanti torneranno a Milano per uccidere Bellini. Ma è solo l’ennesimo episodio nella guerra tra rossi e neri? Perchè i fascisti sarebbero dovuti andare a perquisire la casa di Fausto?

Già, la casa di Fausto. Quella casa non sta in un posto qualunque, ma in via Montenevoso 8, esattamente di fronte al covo più importante delle Br a Milano, dove verranno trovate tutte le carte di Moro. Dalla finestra si vede dentro quell’appartamento. Al piano sopra quello dei Tinelli i carabinieri si piazzeranno per osservare i brigatisti. Già durante il sequestro di Moro, dice la madre di Fausto. Molto dopo dicono invece i carabinieri. Ppotrebbe essere solo una coincidenza oppure il ragazzo ha visto o sentito qualcosa che non doveva? Dubbi e domande lecite, visto che Carminati sta anche nella banda della Magliana, che a volte lavora su commissione dei servizi.

Ma sono solo dubbi e domande, appunto. Non ci sono prove. L’unica cosa certa è che altri due ragazzi sono stati uccisi.

Attacco a due caserme
Il 19 marzo la Nato smentisce che Moro sia a conoscenza di segreti politico-militari importanti. Sul piano strettamente militare può essere, ma di cose, anche molto riservate Moro ne sa. La dichiarazione ha solo lo scopo di svalorizzare la preda di cui si sono impossessate le Br.
Il giorno dopo, al processo di Torino, il “nucleo storico” si assume la responsabilità politica del rapimento.

Lo stesso giorno per dimostrare la loro forza e la capacità di colpire anche in una Roma blindata, due nuclei di nove brigatisti, uno guidato da Gallinari e uno da Morucci, attaccano due caserme dei carabinieri. Una certa impressione suscita l’attacco alla caserma Talamo nonostante sia un mezzo fallimento, con un momento anche comico. Piccioni lancia tre bombe, ma una non esplode, Morucci invece di sparare tira colpi col calcio del mitra contro un muro, perchè si è inceppato. Allora spara la Faranda. Una volta in fuga, Piccioni si dimentica di tirare i chiodi prima di salire in auto, allora li lancia dal finestrino, ma finiscono sotto le ruote della loro auto che si bucano. L’auto è una Renault rossa, che diverrà famosa.

In quella caserma alloggia spesso il gen. Dalla Chiesa, per cui i giornali enfatizzano il possesso da parte delle Br di informazioni ultrariservate. In realtà non lo sapevano affatto e, una volta letti i giornali, scrivono un nuovo volantino nel quale si vantano di un inesistente agguato al generale.

Il decreto antiterrorismo
Il 21 il governo vara il decreto “antiterrorismo”. Prevede l’inasprimento delle pene per sequestro e ritocchi alla normativa sui poteri di polizia giudiziaria. Come misure d’emergenza sono abbastanza modeste. Quella più efficace si rivelerà l’obbligo di registrare i contratti d’affitto.

Gambe e comunicati
Il Comitato esecutivo ha intanto dato ordine a tutte le colonne di avviare la campagna di primavera. In sostanza sparare a un po’ di gambe e pure più su. Anche per dimostrare che, nonostante siano impegnate nel sequestro Moro, le Br sono in grado di colpire ovunque.
I primi a muoversi sono i torinesi. Il 24 marzo viene ferito l’ex sindaco della città, il democristiano Giovanni Picco. Sparano in due 15 colpi, uno è Peci, ma solo quattro vanno a segno, alle gambe e a una spalla.

Il giorno dopo viene fatto trovare a Roma, Milano, Torino e Genova il secondo comunicato. Che attacca le manifestazioni di piazza <luride manifestazioni di sostegno alle manovre controrivoluzionarie> e la mobilitazione del Pci <al Partito di Berlinguer e ai sindacati collaborazionisti spetta il compito di funzionare da apparato poliziesco antioperaio, da delatori, da spie del regime>, un dente che duole. Vi si sostiene anche che Moro, se tornasse libero, diventerebbe presidente della Repubblica, perchè <nessuno meglio di lui potrebbe rappresentare, come capo dello SIM, gli interessi della borghesia imperialista>. Insomma: abbiamo il vero capo dei nemici.

Tutti i comunicati vengono fatti trovare anche a Milano, Torino e Genova e poi lasciati in qualche fabbrica, all’università e nei quartieri.

La malavita

Dopo i primi giorni, più di un intermediario chiede alla malavita di dare una mano a trovare Moro. Viene chiesto a Cutolo, che attiva il suo uomo a Roma, Nicolino Selis, che sta anche nella banda della Magliana. Cosa Nostra incarica il suo rappresentante a Roma, Pippo Calò, di darsi da fare. Il solito Cazora chiede al suo contatto con la ‘ndrangheta, un certo Varone. Sono iniziative non istituzionali, ma con un tacito assenso dal governo. Cutolo sostiene di aver incontrato anche un inviato di Cossiga.

Non ne viene fuori niente, solo Cutolo dirà che Selis aveva scoperto dove stava Moro, ma sa molto di millanteria. La cosa interessante invece è che attorno al 10 di aprile a queste persone viene detto dai loro interlocutori, di lasciar stare, di cessare il loro interessamento. Non è stato mai chiarito da chi sia venuto il contrordine e perchè. La coincidenza temporale, cosa confermata un po’ da tutti, lascia pensare che sia un unico imput a bloccare le ricerche. Venuto da qualcuno che è nelle condizioni di dissuadere la criminalità e che, a quanto pare, non vuole salvare Moro.

g.g.

capitolo successivo: 25) La prigionia e l’appartamento introvabile.