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1975

Liberare Curcio

Nel tentativo di dimostrare che le Brigate rosse sono ancora vive ed efficienti, la colonna torinese organizza due azioni. L’11 dicembre due nuclei di tre persone fanno irruzione nelle sedi del Sida (il sindacato giallo della Fiat) di Nichelino e Rivalta, legano cinque persone e portano via documenti. Ma certo non può essere questa una risposta all’altezza dei colpi subiti. Anche perchè in quei giorni, in Svizzera, dove lo avevano mandato, affidandolo alla rete di PotOp, perchè gli erano saltati i nervi e si era messo a bere, viene arrestato anche Morlacchi.

Sono soprattutto la Cagol e la colonna torinese a sostenere la necessità di tentare l’azione clamorosa: liberare i prigionieri.
Franceschini a novembre aveva già tentato la fuga dal carcere di Cuneo, fallita per la soffiata di un detenuto. L’obiettivo ora è liberare Curcio, che è stato da poco trasferito dal carcere di Novara a quello di Casale Monferrato, un piccolo carcere che sembra più vulnerabile.

La proposta incontra però resistenze nella colonna milanese. Pelli si oppone e con lui anche Moretti e altri. L’obiezione è che ci si sta allontanando sempre più dalle fabbriche e dal sociale. E che l’operazione è molto rischiosa e, se fallisse, per le Br sarebbe la fine. C’è anche chi accusa la Cagol di personalismo, di mettere a repentaglio la vita dell’organizzazione solo per liberare il marito.

I torinesi rispondono che liberare i prigionieri politici è un atto rivoluzionario e che le carceri sono l’istituzione preposta a stroncare le lotte del proletariato. Dunque attaccarle non signifca staccarsi dalla classe operaia. C’è anche qualcuno che sospetta che Moretti preferisca rimanere da solo al vertice.

A prevalere è la Cagol, che dimostra ancora una volta di essere un vero capo. E’ indubbiamente una donna eccezionale. Coraggiosa e decisa, ha partecipato a molte delle azioni armate. Ma anche dotata di grande carica umana, allegra e sognatrice, con la sua inseparabile chitarra. Ed anche bella e affascinante, più di un compagno è più o meno segretamente innamorato di lei. Tonino Paroli ricorderà con languore da innamorato i lunghi appostamenti in auto con lei, ascoltando Bob Dylan.

Per due mesi si studia l’assalto al carcere di Casale. La data scelta è il 18 febbraio, giorno di visite. Pochi giorni prima ha lasciato le Br anche Marra, che però ha partecipato al progetto d’evasione. Ma di nuovo polizia e carabinieri, con cui è in contatto, pare che non sappiano niente.

Il 17 Curcio riceve un telegramma: “domani arriva il pacco”. E’ il segnale. Alle 16,15 tre auto si fermano davanti al carcere, dove ci sono una quarantina di detenuti e una 15ina di guardie. Altre auto vengono parcheggiate oltre la ferrovia, perchè non si vuol rimanere bloccati nel caso di passaggio a livello chiuso. Ovviamente tutte auto rubate. In tutto i brigatisti sono una decina, hanno anche una pianta del carcere. L’ha procurata il loro avvocato, Edoardo De Giovanni. Ma si rivelerà sbagliata, come sbagliato è l’orario scelto, perchè è il cambio del turno e ci sono più guardie.

Zuffada appoggia una scala al muro esterno e taglia i fili del telefono. Mara Cagol, parrucca bionda e impermeabile bianco, suona il campanello. <Ho un pacco da consegnare>. Il piantone apre senza problemi. Da dietro il pacco spunta il mitra. E da dietro la donna altri 5 uomini, Paroli, Micaletto, Zuffada, Moretti, Pelli. Tutti armi spianate. Con loro hanno anche saponette di tritolo, ma non ce ne sarà bisogno. Moretti resta sulla porta, gli altri entrano. Tutte le guardie che incontrano sul loro cammino alzano le mani impaurite. Talmente impaurite che non trovano le chiavi per aprire i cancelli, pare che le trovi Moretti. Nessuno accenna una reazione. I brigatisti chiamano Curcio ad alta voce, le celle sono aperte e lui scende dal piano superiore. Chiudono il maresciallo capo e le guardie in una cella, gettano le chiavi e se ne vanno. Pochi minuti, senza sparare un colpo, sembra quasi una recita.

Lo Stato umiliato

Il giorno dopo Il Corriere parla di “Umiliazione dello Stato”. E il Pm, chiamato sul posto, commenta: <Un pollaio sarebbe stato più sicuro>. Molti si chiedono come sia possibile che il capo delle Br sia stato messo in un carcere così. Come sia possibile che in un carcere basti suonare il campanello e la porta si spalanca e dopo avere addirittura avvertito il detenuto con un telegramma.

Il dubbio che qualcuno lo abbia voluto far scappare è inevitabile. Lo stesso dubbio che ha Dalla Chiesa, che cerca di capire perchè è stato trasferito lì da un carcere sicuro come quello di Novara. Riuscirà solo a sapere che i giornali avevano scritto di un preparativo di evasione, tanto è bastato.

E’ un nuovo grosso successo, senza colpo ferire, che rimedia al brutto episodio di Padova. Quattro settimanali dedicano la copertina a Curcio, una bella propaganda. Lo Stato è stato umiliato, la fama militare delle Br è ulteriormente accresciuta, anche se in realtà è stato un gioco da ragazzi. La parola d’ordine “liberare i prigionieri” non è più solo uno slogan.

Per le Br si apre un nuovo fronte, quello delle carceri. In un documento lanciano ai detenuti l’invito ad assumere identità politica. Gli arresti e i processi dei brigatisti diventano nuovo terreno di iniziativa politica e di attacco allo Stato. Vengono diramate direttive precise: chiunque venga arrestato deve dichiararsi prigioniero politico, rinunciare alla difesa e non rispondere a nessuna domanda. I processi non debbono essere a singoli individui, ma alle Br come organizzazione, come antiStato.

Una colonna anche a Genova

Sull’onda del successo le Br tentano un rilancio. La Cagol resta a Torino, Curcio assume il comando delle colonna milanese e Moretti va a Genova per cercare di mettere in piedi una colonna anche lì. E nel giro di un paio di mesi il lavoro è fatto.

Riccardo Dura

Si tratta di un piccolo nucleo, ma crescerà. A comporlo sono Riccardo Dura, un 25enne con un’infanzia molto difficle. La famiglia immigrata dalla Sicilia, abbandonato dal padre, cresciuto dalla madre, da adolescente è finito in una clinica e in riformatorio. Ora fa il marittimo, milita in LC, ma alla fine del 73 se ne va, perchè fanno i rivoluzionari solo a parole. Mentre a lui piacciono quelli delle “22 ottobre”. E’ un tipo chiuso, duro, anche violento, che nel terrorismo cerca una rivincita su una vita da fallito, come lui stesso la considera. Lo hanno soprannominato Pol Pot.

All’estremo opposto Fulvia Miglietta (ma paradossalmente i due stanno insieme), un’insegnante, laureata in psicologia. E’ una cattolica integralista e con lo stesso fervore ha abbracciato la nuova religione. E’ un grumo di contraddizioni, perchè da brava cattolica rifiuta la violenza, ha messo in chiaro che lei non sparerà mai. Eppure è una dirigente, è l’ideologa, lei indottrina i nuovi adepti e prepara le inchieste sugli obiettivi da colpire.

Livio Baistrocchi, va all’Istituto d’arte e prova a fare il pittore. Viene da un comitato di base, bravo con le armi. Alcuni brigatisti lo descriveranno come spietato killer. Personaggio sfuggente, così sfuggente che, quando le Br a Genova saranno in crisi, sparisce nel nulla e non si saprà mai che fine ha fatto. Francesco Lo Bianco, operaio dell’Ansaldo, area Autonomia, anche lui uomo d’azione. Giuliano Naria un operaio dell’Ansaldo, che viene da LC, ma la sua militanza durerà poco. E poi c’è Rocco Micaletto, ex operaio Fiat mandato da Torino per guidare la colonna, uno di poche parole, ma riconosciuto da tutti come un vero capo. Attorno a loro una decina di fiancheggiatori.

Ma gli arresti continuano, il 30 aprile i carabinieri fanno un blitz in un’appartamento di Torino, acquistato da una persona che all’anagrafe non esiste. Che errore stupido. Dentro ci sono Paroli e Lintrami.

Primavera di sangue.

Soprattutto a Milano e Roma la guerra, fatta di aggressioni e vendette, tra giovani rossi e neri continua e si inasprisce. La primavera del 75 è bagnata di sangue.

A Roma si celebra il processo per il rogo di Primavalle, contro l’unico arrestato Achille Lollo. Il 28 febbraio davanti al tribunale si radunano i fascisti. E’ come mettere un cerino in un pagliaio.
Arrivano centinaia di compagni, la maggioranza è anche convinta che Lollo sia innocente. Scoppiano incidenti, neanche tanto gravi, ma partono due o tre colpi di arma da fuoco. Miki Mantakas, uno studente greco di destra di 21 anni, è centrato in fronte. Chi ha sparato? Un testimone indica Alvaro Lojacono, che è già sparito. La polizia cattura un altro giovane che era con lui, Fabrizio Panzieri, anche lui ha un’arma, ormai si va in piazza così, ma non ha sparato. Entrambi sono ex PotOp.

Lojacono ha 20 anni, è figlio di un noto economista, sta in una bella casa con cameriera, ed è legato al gruppo Morucci. Verrà prima assolto poi condannato, ma non farà mai un giorno di galera. Panzieri, condannato a 16 anni, viene rilasciato due anni dopo.

Hazet 36

A Milano quelli del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia sono soprannominati “gli idraulici”, per l’abitudine ad usare come arma l’Hazet 36, una chiave inglese lunga mezzo metro, diventata ormai un simbolo. Lo slogan “Hazet36, fascista dove sei”, è frequente nei cortei e sui muri. Il 13 marzo un gruppetto di AO aggredisce sotto casa il giovane Sergio Ramelli. Il programma non è ucciderlo, ma evidentemente scappa la mano. Le chiavi inglesi sulla testa fanno male e il ragazzo, 19 anni, viene ricoverato in gravi condizioni.

Un mese dopo, il 16 aprile, alcuni studenti del Movimento studentesco, quelli di Capanna, (che ora si chiama Mls), tra loro c’è anche Stefano Boeri, incrociano un gruppo di studenti del Fuan, che distribuisce volantini. Li mettono in fuga, li inseguono, uno si rifugia nella sua auto, che viene presa a bastonate. Il fascista spara e uccide Claudio Varalli, 17 anni.

Nel giro di un’ora centinaia di giovani invadono il centro di Milano, danno fuoco al bar di San Babila ritrovo dei fascisti, devastano la sede dello Specchio, settimanale di destra e verso mezzanotte assaltano la tipografia dove si sta stampando “il Giornale”. Ma è solo l’inizio.

Assalto alla sede del Msi

Il giorno dopo tutti i gruppi extraparlamentari convocano una manifestazione. Ci sono migliaia e migliaia di giovani. La tensione è altissima. L’enorme corteo si dirige verso la sede del Msi, in via Mancini. Lungo la strada vengono assaltate due sezioni del Msi, alcuni bar e librerie ritenuti di destra, la sede dell’Iberia, vengono feriti un consigliere missino e un sindacalista della Cisnal.

La sede del Msi è protetta da un imponente schieramento di polizia e carabinieri, i missini si sono rifugiati sul tetto, c’è anche il futuro ministro La Russa. In testa al corteo c’è il servizio d’ordine di LC. Ma a scatenarsi sono soprattutto gli Autonomi, ancora minoranza, ma stanno crescendo. Quelli di Ao e Mls si sono messi in coda, proprio per tenersi a distanza dai collettivi autonomi. Sono loro infatti che danno alle fiamme negozi e auto e trascinano parte del corteo. Lo scontro è durissimo. I carabinieri debbono arretrare, undici mezzi militari vengono incendiati. Stanno per soccombere e chiedono rinforzi. I manifestanti assaltatano anche la caserma dei carabinieri Monforte, lì vicino, i militari sparano dalle finestre.

Arrivano altri camion di carabinieri. Il primo viene subito colpito e incendiato. Gli altri si lanciano sulla folla, salgono anche sui marciapiedi per investire i manifestanti, ormai è la coda del corteo. A farne le spese è un giovane del Mls. Antonino Zibecchi viene colpito in pieno, finisce sotto le ruote e resta sull’asfalto con il cranio schiacciato e il cervello fuori. Altri tre restano feriti. Ricorda Segio: <Noi eravamo nelle prime file, che hanno attaccato i carabinieri. E ho davanti agli occhi il cervello sull’asfalto di Zibecchi>.

Il giorno successivo nuovi scontri e assalti. Quelli di Rosso ne approfittano per compiere alcuni raid. Una decina, guidati da Raffele Ventura che è armato, assaltano una sede del Psdi, lo studio di un avvocato e di un senatore del Msi e una sede della Cisnal.
Ci sono manifestazioni anche in altre città e altri due morti. A Torino viene ucciso da una guardia giurata Tonino Miccichè di LC. A Firenze la polizia spara e uccide Rodolfo Boschi, iscritto al Pci.

 

Pagherete caro, pagherete tutto

I camion dei carabinieri salgono sul marciapiedi per investire i manifestanti. A destro il corpo di Zibecchi schiacciato da un camion

Al funerale di Zibecchi ci sono decine di migliaia di giovani. “Pagarete caro, pagherete tutto“, è lo slogan che riecheggia in piazza Duomo. Nessuno può prevedere quale funesto annuncio sia.
Pochi giorni dopo muore nel suo letto di ospedale anche il giovane Sergio Ramelli.

Ma non è finita. Alberto Brasili di giorno fa il commesso e la sera va a una scuola professionale. La sera del 25 maggio assieme alla fidanzata passa per piazza S.Babila, territorio dei neri. Ha la barba, i capelli lunghi, l’eskimo. Per di più fa l’errore di strappare un volantino del Msi. Li circondano in cinque. Quando vedono luccicare le lame dei coltelli è troppo tardi, sono tempestati di pugnalate. Fino a che una lama penetra nel cuore di Alberto, che muore sul colpo. La ragazza ferita gravemente si salva.

I funerali di Giannino Zibecchi

Quelli di aprile sono stati gli scontri più violenti che ci siano mai stati a Milano. Ma la novità sta nel ruolo che vi hanno avuto gli autonomi, compreso parte del servizio d’ordine di LC, ormai fuori controllo. Molti di loro non c’erano nel 68. Anche se da lì sono nati, con quella storia non hanno molto in comune, spesso solo qualche tratto esteriore.

Dall’immaginazione al potere si è passati alla violenza al potere. I sogni, le speranze e le illusioni si sono trasformate in rabbia, sovversione e teppismo. Tutto ciò è il frutto di molte cose. La fine del 68, strano anno durato 7 anni, quando tutto pareva possibile e la droga che pulsava nelle vene di migliaia di giovani era quella dell’illusione di una missione salvifica che si traduceva in una quotidianità entusiasmante, missionaria, collettiva, sempre assieme ai compagni. Ma i sogni prima o poi muoiono. Ora quel che resta lo chiamano il “riflusso”. E con questo arriva la crisi definitva dei gruppi della nuova sinistra. Le illusioni diventate delusioni. Il compromesso storico che ha cancellato non certo una prospettiva rivoluzionaria, che non c’è mai stata, ma anche la speranza di un riformismo radicale. E proprio ora che Pci e sindacati sono al massimo della loro forza. La fine di un ciclo economico, la percezione che le nuove generazioni forse non andranno a star meglio delle vecchie, com’è sempre stato.

L’impotenza e l’isolamento, vissuti in uno stato di rabbia esaltata, portano a pensare che a piegare la durezza della realtà basti una durezza più dura. La devastazione gratutita di auto e negozi è il ritorno alla jacquerie dei contadini disperati che incendiavano i municipi. E’ un ritorno a prima di Marx. O alla banda Bonnot, che alcuni assumono a modello.

Negri il dannunziano

In preda ad uno stato di febbricitante esaltazione Negri si abbandona alla prosa dannunziana: <….il cumularsi di mille comportamenti di violenza e di sovversione…. è esploso … s’è realizzato e consolidato il potenziale rivoluzionario delle masse… . La rozzezza, la brutalità bestiale dell’avversario, la sua natura porcina: tutto questo viene in mente subito al confronto della gioia della lotta e della determinazione ideale dei compagni in lotta>.
La natura porcina?
<Risento – continua il professore – il calore della comunità proletaria tutte le volte che mi calo il passamontagna…. Nè l’eventuale rischio mi offende, anzi mi riempie di emozione febbrile , come attendendo l’amata …>. Ovviamente l’eventuale rischio per gli altri, perchè Negri è un fifone e si è sempre tenuto alla larga da azioni violente. Ma non è solo questione di prosa, Negri attinge a piene mani dal pozzo nero della cultura della destra fascistoide ed antiborghese.

Il rapimento Saronio

L’incedio della Face-Standard è stato l’unico vero successo di Rosso, così in marzo si decide di replicare. Questa volta l’obiettivo è la Sit-Siemens. Ma, durante un sopralluogo, Cavallina viene fermato dalla polstrada. E’ armato e finisce in carcere. <Fu un duro colpo per l’O. Cavallina era uno dei più affidabili e decisi>.

Il giorno prima proprio Cavallina, vestito da postino, aveva suonato alla porta di un collezionista d’armi, conosciuto da Serafini. Aveva aperto la figlia sola in casa. Era entrato, e dietro di lui altri due, un certo Bergamin e uno soprannominato Coniglio, e se ne erano andati con nove pistole e due fucili.

Carlo Saronio

Rosso è alla costante ricerca di soldi. In marzo in tre hanno messo a segno una rapina in un supermercato di Garbagnate, ma ha fruttato poco. Un canale di finanziamento alternativo sono i ricchi o più spesso i figli dei ricchi, che militano o simpatizzano. Al figlio del direttore d’orchestra hanno già spillato 4 o 5 milioni.
Ma c’è un altro compagno la cui famiglia è ben più ricca: Carlo Saronio. Si è da poco laureato in ingegneria e ha vinto una borsa di studio negli Usa, ora è appena tornato. E’ un ragazzo timido e gentile, soprannominato il “salice piangente”, per via della schiena curva e per quell’aria triste. Fa volontariato in parrocchia, ma frequenta di nascosto anche quelli di Rosso, conosce le loro attività illegali, una volta si è offerto di trovare informazioni riservate su Cefis, utili per sequestrarlo. E’ molto amico di Fioroni, che è stato nascosto a casa sua, quando temeva di essere arrestato.

Negri lo convoca e gli fa pressioni: tu sei ricco, devi contribuire alla causa. Saronio è in difficoltà, spiega che lui non ha accesso ai conti della famiglia. Negri insiste, lui quasi si mette a piangere. Eppure come si fa a non spremere soldi da questa gallina dalle uova d’oro? Così a qualcuno viene l’idea di organizzare un finto sequestro. Va Fioroni a proporglielo, ma Saronio non ci sta. Non può accettare l’idea di gettare i genitori nell’angoscia. E allora Casirati o Fioroni o tutti e due buttano lì l’idea: sequestriamolo davvero.

Se ne discute tra i capi, all’inizio c’è qualche perplessità, è pur sempre un nostro compagno. Ma alla fine arriva l’ok. Il sequestro lo farà Casirati coi suoi compari. Ma sono i compagni e amici di Saronio a preparare la trappola. La Marelli, 35 anni, ricca di famiglia, che lavora come traduttrice presso un editore, organizza una riunione a casa di Borromeo, direttore della Cattolica, la sera del 14 aprile, alla quale è invitato anche Saronio e c’è anche Pancino. Una riunione delle buona borghesia milanese in un salotto bene. Fioroni fa da collegamento con Casirati.

Carlo Fioroni

Fuori c’è un auto con quattro persone a bordo. Quando la riunione finisce i quattro fermano l’auto di Saronio, si presentano come carabinieri, lo fanno salire e gli mettono sul viso il tampone, imbevuto del toluolo che doveva essere usato per Duina. Forse hanno sbagliato la dose. Saronio è esile. Troppo ricco e troppo esile e finito in mezzo alla gente sbagliata. E soprattutto in pochi minuti è già morto. Senza aver mai capito a che gioco stava giocando, pensando di combattere le ingiustizie.

Il sequestro però non può fallire per un dettaglio così da poco. Viene chiesto il riscatto, ma la famiglia vuole una prova che Carlo sia vivo. E’ Fioroni a fornire la soluzione, racconta a Casirati di una foto che è in casa di Saronio e del suo cane. La famiglia si fida e paga 500 milioni, ma non riavrà mai il figlio.

Un mese dopo Fioroni, assieme a due compagni, va in Svizzera con la parte del riscatto che spetta a Rosso nascosta in una bombola del gas. Ma all’uscita della banca, dove li hanno depositati, c’è la polizia ad aspettarli, che li arresta tutti e tre.
Negri e compagni scaricheranno tutto su Fioroni: il sequestro è opera sua e di Casirati, all’insaputa dell’Organizzazione. Ma nel 79 i due racconteranno tutto [1].

La Risoluzione strategica

Alla fine di aprile le Br partoriscono la loro prima risoluzione strategica. Dalla quale traspare l’influenza esercitata su Curcio e compagni da Negri. Si plaude alla guerriglia urbana, che “ha una funzione decisiva nella disarticolazione dello stato”. Si assume la distinzione tra operai garantiti (cioè i più anziani e sindacalizzati, ancora subalterni al mito del lavoro come valore ndr) “che difendono strettamente la propria condizione e gli operai alla catena che portano avanti la linea rivoluzionaria dell’abolizione del lavoro”. Così come rivoluzionari sono “gli emarginati, sfruttati dalla società consumistica come consumatori senza salario”

Influenza che si riflette anche nel linguaggio: ad esempio la disarticolazione dello Stato, che è un mantra dell’Autonomia e la comparsa, per la prima volta, del termine Sim (Stato imperialista delle multinazionali), che è stato coniato da Negri.

Di militarizzazione dello Stato, punto fermo per anni, non c’è più traccia. La prospettiva ora è quella del “compromesso storico …. patto corporativo che mira solo ad una soluzione pacifica dei contrasti“. Pci e sindacato sono accusati di essere “funzionali alla formazione dello Stato imperialista“. Siamo a un passo dalle posizioni dell’Autonomia che considera il Pci come il nemico da combattere. A un passo, perchè per le Br il nemico assoluto resta la Dc e nei confronti della base del Pci si continua a nutrire una fantasiosa speranza di conversione. Per questo le Br rifiutano e rifiuteranno fino al78 di colpire uomini del Pci, proprio per non correre il rischio di diventare invisi alla base comunista.

Punto fermo resta invece l’attacco al cuore dello Stato, come strategia della nuova fase. Descritto in termini ancora più netti: “E’ giunto il momento di passare dallo scontro di classe allo scontro con lo Stato, da azioni dimostrative ad azioni distruttive”.

Ed è proprio su questo che rimane, con Negri e compagni, una frattura ideologica di fondo. Le Br sono ancora dentro allo schema leninista di attacco allo Stato e di conquista del potere. L’area dell’Autonomia punta invece alla creazione di un contropotere molecolare, alla rivolta e alla pratica dell’obiettivo, fregandosene dello Stato.
A Negri e compagni fa gola però l’organizzazione e la capacità militare delle Br e ancora per un po’ continuano a sperare di guidarla, di coniugarla con la violenza di massa. Si tratta di “chiudere la cerniera” insiste Negri.

E dunque, venendo al sodo, la divergenza principale rimane la solita: chi comanda? Secondo i capi dell’Autonomia, loro, cioè i leader del movimento di massa, relegando le Br a braccio militare. Mentre per le Br l’avanguardia armata, proprio in virtù del salto di qualità militare compiuto, è anche l’avanguardia politica. Tanto che si autoproclamano <primo embrione del Partito combattente, che deve agire nelle varie situazioni di lotta per accelerare la scelta militare>. Il tentativo di un’unità d’azione al quale ha lavorato Negri, mai decollato, è destinato a naufragare definitivamente.

Il passaggio dalla lotta di classe allo scontro con lo Stato comporta anche un riassetto organizzativo: il fronte di massa viene sciolto e assorbito in quello della “Contro”. Segno tangibile dell’accentuarsi della dimensione militare.

Le prime gambe delle Br

Il 15 maggio le Br mettono in pratica quel che hanno annunciato: per la prima volta sparano a una persona. Un commando di quattro persone, tutte a volto scoperto, entra nlll’ufficio del dirigente Dc Massimo De Carolis, un chiodo fisso visto che già nel 72 volevano rapirlo. Uno è il giovane Walter Alasia, un’altra è una donna, Paola Besuschio, con parrucca bionda e truccatissima. Bloccano De Carolis e i suoi assistenti, quello che sembra il capo, secondo un teste uno sulla quarantina (ma non ci sono quarantenni nelle Br) piuttosto rozzo, lo sottopone a un breve “processo del popolo” poi gli spara alle gambe. L’arma è una 7.65 con silenziatore, la stessa che ha già sparato a uno dei due missini a Padova.

E’ l’avvio della campagna contro la Dc. “La Democrazia cristiana – si legge nella rivendicazione è il vettore politico principale del progetto di ristrutturazione imperialista dello stato. LA DC È IL NEMICO PRINCIPALE DEL MOMENTO: La DC non è solo un partito, ma l’anima nera di un regime che da 30 anni opprime le masse popolari…. LA DC VA LIQUIDATA, BATTUTA E DISPERSA“. La ristrutturazione imperialista dello Stato rimane un concetto vago.

Legge Reale

A fine maggio il governo vara le prime misure repressive. La più importante è il fermo di polizia, cioè la possibilità di trattenere un fermato per 96 ore, anzichè 48. C’è poi l’autorizzazione all’uso delle armi in caso di attentati, stragi e rapine, non si capisce in caso di strage a chi si dovrebbe sparare, quanto alle rapine già si usano. E infine il divieto di portare il casco alle manifestazioni, che rimarrà inapplicato. Si tratta di misure sostanzialmente inutili per fronteggiare il terrorismo.

g.g.

[1] In primo grado Negri, Pancino, Monferdin e la Marelli sono stati condannati. In appello assolti per insufficienza prove. Ma la sentenza ha stabilito che il sequestro era stato opera dell’organizzazione Rosso.

Prossimo capitolo… 9) La strage dei nappisti, la morte di Mara