capitolo precedente…. 8) Liberato Curcio, aprile 75, sequestro Saronio

Nappisti uccisi dalle loro bombe

Ai Nap, a differenza delle Br, piacciono gli esplosivi. Ma la loro improvvisazione fa un’altra vittima. L’11 marzo Giuseppe Principe Vitaliano salta in aria mentre prepara una bomba. Alfredo Papale resta ferito seriamente. Schiavone, che era con loro, si salva, ma deve entrare in clandestinità. La Vianale fugge di casa e lo segue, dovevano sposarsi di lì a tre mesi.

Giovanni Taras

Oltre alla perdita di altri due militanti, è un duro colpo, perchè nell’appartamento, praticamente sventrato, la polizia trova documenti, 42 milioni del riscatto Moccia e molte chiavi che porteranno alla scoperta di altre tre basi dell’organizzazione. Il 21 maggio la Vianale verrà bloccata mentre entra in una delle basi scoperte. Nella borsetta ha banconote del sequestro Moccia.

Pochi giorni dopo, il 30 maggio, salta in aria un altro nappista. Giovanni Taras, è uno studente lavoratore di 22 anni. E’ salito sul tetto del manicomio giudiziario di Aversa, un lager. Deve azionare un registratore con altoparlanti, che lancerà slogan per chiederne la chiusura. Poi il registratore esploderà. Ma qualcosa non va, esplode prima e lui resta dilaniato.

Le Br, attive da 5 anni, non hanno avuto un morto. I Nap in un anno sono falcidiati dalle morti.

I Nap sequestrano Di Gennaro

Il Nucleo 29 ottobre, guidato da Anna Maria, la sorella di Luca Mantini, decide di compiere un salto di qualità. Sparare a un obiettivo. Le Br non hanno ancora fatto questo passo. L’obiettivo è la Dc e in particolare Andreotti. Viene scelto un suo uomo di fiducia, Filippo De Jorio, già consigliere regionale, vicino ad ambienti militari e coinvolto nel tentato golpe Borghese. Ma, il 21 aprile, l’attentato fallisce.

Nemmeno un mese dopo il nucleo torna in azione e questa volta va meglio. Di nuovo un sequestro, ma non per soldi. La sera del 6 maggio, a Roma, sparisce il giudice Giuseppe Di Gennaro, direttore degli istituti di pena. Viene trovata la sua auto vuota, con lo sportello aperto. Un sequestro si pensa, ma nessuno si fa vivo.

Tre giorni dopo, tre nappisti detenuti nel carcere di Viterbo tentano di evadere. Non ci riescono e allora sequestrano una guardia, sono armati ed hanno dell’esplosivo. Sono Panizzari, Sofia e Martino Zicchitella, un erculeo 36enne siciliano con un passato molto burrascoso, legione straniera, arrestato tre volte ed evaso due, che Panizzari ha convertito alla politica. A sorpresa tirano fuori una foto di Di Gennaro e rivendicano il sequestro a nome dei Nap. Gli altri all’esterno telefonano alla famiglia.

Di Gennaro è noto per essere un magistrato democratico. Sta studiando la riforma delle carceri per migliorare le condizioni dei detenuti. Ma proprio per questo è stato scelto, i riformisti sono nemici più subdoli dei reazionari, qualche miglioramento avrebbe il solo effetto di indebolire le rivolte. I Nap vogliono abbattere le carceri non migliorarle.

All’estremismo ideologico si accompagnano però richieste molto modeste per liberare il sequestrato: la lettura di un loro comunicato alla radio e il trasferimento di carcere per i tre.  Accettate entrambe, il giorno dopo Di Gennaro è già libero. Due mesi dopo la riforma carceraria è legge. Il comunicato dei Nap sarà letto al giornale radio delle 7 del 10 maggio

Anna Maria, un colpo in fronte

Anna Maria Mantini

Il 7 luglio l’antiterrorismo di Santillo scopre, a Roma, l’appartamento dove sta Anna Maria Mantini. Lei non c’è, in cinque si appostano all’interno. All’una di notte la ragazza arriva, apre la porta e un proiettile le trapassa la fronte, uccidendola sul colpo. A sparare è stato il brigadiere Tuzzolino, che sostiene che la ragazza ha tentato di richiudere la porta colpendogli la mano e facendo partire il colpo. Ma a questa versione non crede nessuno.

Qualche tempo prima la ragazza aveva scritto, in preda ad eroica esaltazione: <E se la morte ci sorprende all’improvviso, che sia la benvenuta, purchè il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio che lo raccolga, un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi>.

Aveva deciso di seguire le orme del fratello. Orme maledette, in pochi mesi sono finiti entrambi sotto un metro di terra. A venti anni.

Nappisti, arresti, sevizie e suicidi

Nei giorni successivi arrivano altri arresti. La polizia cerca uno dei capi, Fiorentino Conti, ma trova solo la sua compagna, Franca Salerno, e altre banconote di Moccia. La ragazza è arrestata, forse non è neppure una nappista, di certo non ha mai partecipato ad alcuna azione. E’ incinta, in carcere si ammala, non viene curata adeguatamente e perde il bambino.

Maria Pia Vianale e Franca Salerno

Pochi giorni dopo finisce in manette Pellecchia. E poi altri due o tre nappisti. Tra loro anche il giovanissimo Buonoconto.  Polizia e secondini si accaniscono sugli arrestati. La Vianale viene picchiata e seviziata. Ha un ascesso  a un dente e la operano senza anestesia. La Salerno subisce più o meno lo stesso trattamento.

Anche Buonoconto viene pesantemente picchiato da uomini della Digos, tra i quali si distingue Nicola Ciocia, che diverrà poi famoso con il nomignolo di dottor De Tormentis. Alberto non regge i maltrattamenti e la vita del carcere e cade in una grave depressione. Tanto che ci sarà una mobilitazione per chiederne la scarcerazione per motivi di salute. Verrà liberato nel 79, ma subito riarrestato, perchè accusato del furto di un’auto, dove si era messo a dormire. Riscarcerato, si impiccherà in casa, quando i genitori non ci sono.

Anche un altro nappista, Claudio Carbone, si suiciderà in carcere.

Uccisa Mara Cagol

Un’organizzazione terroristica costa, soprattutto dopo che sono andate perdute molte basi e si debbono comprare altri appartamenti e anche altre armi. Le Br le armi non le rubano, come fanno altri, e non le comprano dalla malavita, è rischioso, si finisce per incontrare sempre qualche informatore della polizia. Le armi le comprano dove le vendono, cioè nelle armerie, con documenti falsi, spesso in Svizzera o Liechtenstein, ma costano.

Le rapine non bastano, anche se ne sono state fatte una ventina. Così si decide di seguire l’esempio dei Nap, un sequestro con riscatto. A premere per farlo subito è Mara Cagol.

Mara Cagol

Il pomeriggio del 4 giugno,Vittorio Gancia, il re dello spumante che a 42 anni ha appena ereditato l’azienda dal padre, esce dalla sua lussuosa villa di Canelli con l’Alfetta. Subito lo seguono una 124 e un furgone con quattro uomini, tra loro c’è anche il giovanissimo Walter Alasia. Poco più avanti l’auto viene bloccata da operai in tuta per finti lavori in corso e tamponata dal furgone. Un brigatista rompe il lunotto con un martello, un altro incappucciato e armato lo fa scendere. Viene caricato sul furgone e via. A capo del commando c’è Margherita Cagol che, assieme ad un altro e al rapito, raggiunge una cascina sulle colline in località Spiotta, a qualche km di distanza

Tutto è filato liscio secondo i piani. La richiesta di un miliardo è già pronta. Ma non è proprio così. Un paio d’ore prima, poco distante dal luogo dell’agguato, un’auto con a bordo due persone ne ha tamponata un’altra. I due sono agitati, hanno fretta di andarsene e si offrono di pagare i danni. L’altro non ci sta, breve discussione e i due se ne vanno. I carabinieri che già stanno effetuando posti di blocco, informati, si insospettiscono e poco dopo fermano l’auto. A bordo ora c’è il solo Massimo Maraschi, 22 anni, un inesperto neobrigatista, che si dà alla fuga a piedi e, dopo un inseguimento viene bloccato. E’ armato, ha documenti falsi, è nella lista dei sospetti brigatisti e infatti si dichiara prigioniero politico. Tutto cambia, i carabineiri capiscono che non è un normale sequestro, come ce ne sono tanti in questi anni.  Interviene il nucleo antiterrosimo, che intuisce che la prigione deve essere non troppo distante.

La cascina Spiotta è una base delle Br da qualche anno. Lì era stato programmato che Girotto avrebbe addestrato le reclute brigatiste. E’ un posto tranquillo e isolato. La Cagol ci va spesso, ci coltiva l’orto e ha fatto amicizia con qualche contadino lì intorno. Ogni tanto vi si tengono riunioni, forse qualcuno lo ha notato. A far la guardia a Gancia sono lei un altro.

La mattina dopo quattro carabinieri a bordo di una 127 perlustrano le colline attorno ad Acqui e verso le 11,30 arrivano alla cascina, che si trova alla fine di una stradina sterrata e impervia. Ufficialmente è un controllo casuale, ma forse qualcuno ha segnalato qualcosa. I due brigatisti, nonostante l’arresto di Maraschi, che avrebbe dovuto metterli in allerta, e nonostante dalla cascina si veda tutta la strada che sale, non si accorgono di nulla.

I carabinieri lasciano l’auto e l’appuntato Barberis, cinquantenne in borghese, sulla stradina. In tre si avvicinano alla casa e bussano. Nessuno apre, ma si accorgono che una donna li guarda da dietro le persiane. Allora gridano di aprire. Dopo un po’ si affaccia alla porta un uomo sulla trentina, volto scavato. Gli intimano di uscire, lui fa cenno di sì, ma all’improvviso lancia una bomba e richiude la porta. L’esplosione strappa di netto un braccio e ferisce un occhio del tenente Rocca, che però resta in piedi e riesce a sparare contro la finestra. Mentre gli altri soccorrono il tenente, dalla porta escono di corsa l’uomo e la donna sparando e lanciando un’altra bomba. Un carabiniere viene crivellato di colpi e muore.

Il corpo di Mara Cagol

Prima di uscire c’è stata tra i due una discussione, perchè l’uomo voleva uccidere l’ostaggio, ma la Cagol si è opposta: <Lui non c’entra niente>. I due raggiungono due auto e partono. Il terzo carabiniere spara e ferisce la Cagol. Ma la strada è bloccata dalla 127 dei carabinieri. Le auto tentano la fuga per i campi, ma la prima finisce contro un salice, l’altra la tampona. La fuga è finita. Escono, sparano ancora, poi la Cagol getta la psitola e alza le braccia: urla di non sparare, che si arrendono. Ma l’uomo, coperto dalla donna, lancia un’altra bomba e si getta verso la boscaglia gridando di scappare alla compagna. L’appuntato Barberis si scansa e spara a Mara Cagol, che ha ancora le braccia alzate e muore sul colpo. L’altro riesce a fuggire.

Non si è mai saputo chi fosse. Secondo indiscrezioni poteva essere Lauro Azzolini. Ma secondo altre voci era Moretti. E l’episodio avrebbe acuito tensioni e diffidenze nei suoi confronti da parte di Curcio e Franceschini. Sia perchè lo ritennero indirettamente responsabile della morte di Mara. Sia perchè per la terza volta Moretti sfugge alla cattura. E non sarà l’ultima.

Nella cascina altri carabinieri sopraggiunti trovano Gancia incappucciato e con le mani legate dietro la schiena.

Le Br accusano i carabinieri di aver assassinato la Cagol dopo che si era arresa, poichè il fuggitivo (anche per discolparsi) sostiene di aver sentito, 5 minuti dopo la fine della sparatoria, alcuni spari. Colpi che in effetti ci furono , ma i carabinieri dicono che erano quelli sparati nella casa, prima di entrare, nel timore ci fosse ancora qualcuno. La Cagol è stata raggiunta da tre colpi: i primi due al braccio e alla schiena e, a distanza di alcuni minuti, il terzo mortale al torace, con ingresso dall’ascella. E non c’è nulla che avvolori la tesi dell’esecuzione, come molti anni dopo ammetterà anche Moretti. Ma in molti ci credono, anche perchè le Br sfruttano bene l’alone romantico che può avvolgere la morte di una giovane donna che voleva migliorare il mondo.

E’ Curcio a scrivere il comunicato, che verrà diffuso: <È caduta combattendo Margherita Cagol … la sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà più dimenticare …. Che mille braccia si protendano a raccogliere il suo fucile […] Mara, un fiore è sbocciato e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo sino alla vittoria>. Non è esagerato dire che l’immagine di una ragazza seduta in un prato con le braccia alzate che viene assassinata da un cattivo carabiniere procurerà alle Br nuove simpatie e anche nuove adesioni.

La morte della Cagol è un altro duro colpo, perchè era un vero capo, spesso la più decisa e attiva.

E altri colpi si susseguono. Due settimane dopo, i carabinieri di Dalla Chiesa irrompono in una base a Baranzate di Bollate ed arrestano altri due brigatisti storici: Zuffada, che si era appena licenziato dalla Sit-Siemens per entrare in clandestinità e Casaletti. Le Br continuano a perdere pezzi, il nucleo storico è ormai falcidiato.

Piancone

Il 16 giugno ci sono le elezioni amministrative e c’è la grande avanzata del Pci, che prende il 33%, meno di 2 punti di distacco dalla DC. La sinistra, sommando Psi e liste minori, è a un soffio dal 47%. La linea del compromesso storico incassa un clamoroso successo. L’idea che la base comunista l’avrebbe rifiutata, almeno sul piano elettorale si è rivelata un’illusione.

Ma a brigatisti ed aspiranti combattenti la cosa è pressochè indifferente. Loro si muovono su un piano che ha pochi contatti conla gran parte del paese reale.

La mattina del 19 giugno due uomini aspettano, davanti al cancello 8 della Fiat Rivalta, l’arrivo di Paolo Fossat, 44 anni, vicecapoofficina. Gli si avvicinano, non dicono una parola e uno gli spara sei colpi alle gambe, due vanno a vuoto. L’uomo cade a terra, ma poi riesce a rialzarsi e si trascina all’interno del cancello. E’ fortunato i proiettili non hanno leso nè ossa nè arterie. Perchè quando si spara alle gambe si può anche uccidere e succederà. La pratica della gambizzazione è piaciuta e ha fatto subito proseliti. «Purtroppo le ferite sono state lievi...», scriveranno nella rivendicazione.

Alla Fiat è in corso una dura vertenza sindacale e proprio il giorno prima un corteo di operai aveva lasciato le officine per assediare la palazzina della direzione. L’attentato è chiaramente un tentativo di inserirsi nella lotta.

Un vice capo officina non è neanche un dirigente, è poco più di un operaio. Ma non è un caso nè un’eccezione, gli obiettivi dei terroristi nelle fabbriche, in tutti gli anni a venire, saranno quasi sempre capi e capetti, dirigenti di livello medio o basso. Non verrà colpito mai neppure un padrone.  Chissà perchè.

A sparare però non sono state le Br. Il volantino è firmato “Guerra di classe per il comunismo….. Onore alla compagna Mara“. A sparare è stato Cristoforo Piancone. Un ex operaio della Fiat, già licenziato per assenteismo, riassunto e rilicenziato. E’ un ribelle e un rissoso. Ora fa il bidello. Stava in Potere operaio e ora gravita nell’area  autonoma, che si sta coagulando attorno alla rivista Linea di Condotta. Ma si è iscritto al Pci, come copertura, verrà espulso l’anno dopo. L’attentato è un’iniziativa quasi personale, sua e di pochi altri, tra cui alcuni venuti da Roma. Un biglietto da visita per le Br. Infatti a fine anno lui e Adriana Garizio, un’assistente universitaria di 37 anni, verranno arruolati. Evidentemente sono stati promossi.

Qualcuno dello stesso giro fa un volantino per criticare l’azione. Tra coloro che lo hanno scritto c’è uno che dopo non molto tempo sparerà molto e ucciderà anche. Come cambiano in fretta le cose.

Dalla Chiesa

L’11 luglio un colpo di scena: il nucleo di Dalla Chiesa viene sciolto nonostante abbia quasi smantellato le Br, con un provvedimento urgente del comandante generale dell’Arma, Enrico Mino, piduista. E’ durato appena un anno.  Coloro che ne avevano ostacolato la nascita sono riusciti ad avere la meglio. Ufficiosamente una questione di invidie e gelosie, che sicuramente ci sono. Ma sicuramente c’è anche qualcosa di più. Non è un caso che i suoi principali nemici siano tutti piduisti. E soprattutto che Taviani non sia più ministro degli Interni.

Lo conferma lo stesso generale Maletti, che in quelle settimane aveva inviato al ministero degli Interni un rapporto nel quale si informava che nelle Br era il corso “una riorganizzazione in senso più segreto e clandestino, ed un rilancio delle attività con programmi più cruenti e con il proposito esplicito di sparare”. <Capii che segnalazioni su un terrorismo di sinistra, non erano particolarmente gradite a livello politico […] la mia sensazione era che non ci fosse un orecchio pronto ad accogliere questi dati>.

Rapine

Un’altra traccia dell’influenza che l’Autonomia sta esercitando sulle Br è rivelata dalla decisione di rivendicare le rapine, di cui c’è bisogno visto il sequestro fallito.  Sino ad ora le numerose rapine fatte erano state tenute nascoste, perchè secondo la morale comunista rubare non sta bene. Così avevano imparato quelli che venivano dal Pci. Ora invece le rapine vengono nobilitate come espropri proletari, espressione del potere operaio. Il primo esproprio firmato è quello compiuto da Micaletto, Pavan (anche lui a mezzo servizio con quelli di Rosso) e altri due a una banca di Lonigo, il 15 luglio: bottino di 42 milioni. Mentre svuotano la cassa Micaletto si accorge che tra i clienti, allineati contro il nuro a mani alzate, c’è un operaio in tuta e gli dice: <Tu puoi abbassarle>. Sempre in Veneto, terra di rapine, qualche giorno prima  Ronconi, Picchiura, Alunni, Semeria se ne erano andati dalla Cassa Risparmio di  Oderzo con 30 milioni. Poi in ottobre il grosso colpo alla Cassa dell’ospedale San Martino a Genova: 118 milioni.

Picchiura uccide ed è preso

Tra l’una e l’altra viene ammazzato un altro uomo in divisa. Il mattino del 4 settembre, una pattuglia della stradale in servizio antirapina nota una Fiat 128 ferma con due giovani a bordo. Sono Carlo Picchiura e Pietro Despali, il primo è diventato uomo di punta della colonna brigatista veneta. Il secondo sta in Rosso, ma i due, ex potoppini, si incontrano spesso. I due poliziotti chiedono i documenti. Picchiura esibisce una patente falsa, è già in clandestinità, Despali è senza documenti. Un agente si allontana per avvertire la centrale. Picchiura esce dall’auto, spara cinque colpi e uccide l’appuntato Antonio Niedda, che stringe ancora in mano il documento falso. Poi si dirige verso l’altro, che si ripara dietro l’auto e per fortuna la pistola si inceppa.

Paola Besuschio

I due fuggono, il poliziotto li insegue in bicicletta, li blocca e li ammanetta. In tasca a Picchiura, che si dichiara prigioniero politico, trovano due banconote della rapina a Lonigo. Despali, che invece sostiene di essere solo un amico, ignaro che l’altro fosse armato, non rimarrà dentro molto.

Ormai è chiaro: l’ordine per i brigatisti, se vengono fermati, è di sparare per uccidere, senza pensarci due volte. Ma solo i clandestini hanno un’arma personale. Agli irregolari le armi vengono consegnate in occasione di azioni militari e poi ritirate  e conservate in depositi.

Ed è quello che succede alcuni giorni dopo, il 30 settembre, ad Altopascio. Anche qui una pattuglia intercetta quattro giovani dall’aria sospetta. Buon fiuto, perchè stanno per fare una rapina. Alla vista degli agenti i quattro scappano e sparano. Questa volta la polizia risponde al fuoco e ne ferisce uno ad una gamba, che viene catturato. E’ una donna, una della prima ora. Paola Besuschio, brigata Sit-Siemens, quella del commando che ha sparato a De Carolis.

Un mese dopo viene arrestato a Torino Umberto Farioli, anche lui del nucleo Sit-Siemens, già arrestato nel 72 e scarcerato. Nell’appartamento ci sono documenti che lasciano pensare a un progetto di rapimento di Agnelli. Le Br fanno però sapere che Farioli non è più un brigatista. Non è chiaro in quale altro gruppo sia entrato.

g.g.

Cap successivo…. 10) Sparare alle gambe. Nasce Senza Tregua