Il Principe che inganna
troverà sempre
un popolo che
si lascia ingannare

Machiavelli scrive il Principe nel 1513, in pochi mesi. Ma sembra scritto ieri. La fine della Repubblica fiorentina, di cui era stato una sorta di ministro degli esteri, lo ha lasciato senza lavoro e in difficoltà economiche. Spera, con questo trattato che dimostra quanto grande sia la sua esperienza in campo politico, di farsi assegnare un incarico adeguato dai Medici, che ovviamente lo considerano un nemico (la Repubblica fiorentina era nata infatti dalla cacciata dei Medici da Firenze nel 1494).
I Medici, che inizialmente avevano sospettato di lui, (era stato incarcerato e torturato per la sua presunta partecipazione ad un complotto antimediceo) gli offrirono effettivamente, dopo qualche anno, alcuni incarichi, ma solo alla morte di Lorenzo, (non si tratta del Magnifico, morto nel 1492!) a cui il Principe era stato dedicato.

L’opera è formata da 26 capitoli, ma quelli più famosi sono quelli dal XV al XXIII, nei quali Machiavelli descrive le qualità ideali che un Principe dovrebbe possedere .
Qual è la grande novità rispetto alle opere precedenti? Lo spiega lo stesso Machiavelli all’inizio dell’opera: essa è frutto dell’osservazione della realtà effettuale, che lui ha esercitato in tutti gli anni in cui è stato il Segretario della Repubblica Fiorentina, e non degli ideali morali e religiosi che avevano ispirato i filosofi precedenti che avevano scritto di politica. Il cap. 18 è uno dei più famosi ed è una sintesi di quello che Machiavelli pensa del rapporto tra governanti e popolo. La sua descrizione della gestione del potere e del consenso è di una attualità impressionante.
Va premesso che l’Italia si trova all’epoca in una situazione di grande difficoltà. Le potenze straniere si combattono sul suo territorio, sfruttando la mancanza di uno stato abbastanza forte per arginarle. L’unica via di uscita che Machiavelli individua è che questo stato ( che non comprende ovviamente tutta la penisola) venga creato e consolidato da un Principe. Per raggiungere questo fine, vitale per l’Italia dell’epoca, quasi tutto è concesso.

XVIII Quomodo fides a princibus sit servanda
In che modo i Principi debbino osservare la fede.
Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze.

Machiavelli riconosce che i governanti (per Principe non si intendono solo i monarchi, ma genericamente chi detiene il potere o aspira a farlo) in teoria dovrebbero essere leali e rispettosi della parola data, la fede, ma, purtroppo, di solito hanno successo coloro che usano l’astuzia e sanno aggirare i cervelli.

Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perchè il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo. Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perchè il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono.

Chi ha il potere (o aspira ad esso) non deve solo basarsi sulla razionalità (le leggi), ma anche sull’istinto. Machiavelli rappresenta uno dei vertici della cultura umanistica e rinascimentale, che aveva costruito i suoi presupposti proprio sull’esaltazione della razionalità, riscoperta attraverso lo studio e l’imitazione della cultura classica, dopo un periodo, il Medio Evo, nel quale la mente umana era stata preda della superstizione. Ma capisce che, purtroppo, quando si passa dal piano culturale alla realtà, la razionalità è spesso sconfitta dall’istinto (la bestia) cioè dalla forza e dall’astuzia, virtù che caratterizzano appunto i due animali che da sempre le rappresentano: il leone e la volpe.
Il politico deve essere però più volpe che leone: è più frequente che le difficoltà vengano dai tranelli degli avversari, (i lacci) che il leone, col suo comportamento impetuoso, non sa individuare.
Machiavelli non è solo colui he ha fondato la politica come scienza moderna, ma è anche un grande scrittore. Nel Principe traduce spessissimo i concetti in immagini: come in questo brano.

Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perchè sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro. Nè mai a un Principe mancheranno cagioni legittime di colorare l’inosservanza.

Quindi il politico non può, ma deve violare promesse e dichiarazioni, nel caso in cui il rispettarrle gli possa nuocere perché le condizioni sono cambiate, rispetto a quando erano state formulate. Ma per quale motivo? Perché gli uomini non sono buoni e, a loro volta, non sono leali. Lo aveva già affermato nel cap. 17: ”Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano”.

Il papa Alessandro VI Borgia

Diremmo oggi che i politici non fanno altro che rispecchiare coloro che li hanno scelti.
Se poi qualcuno dovesse chiedere al Principe le ragioni del suo comportamento non gli mancheranno delle giuste motivazioni per “colorare” cioè per cammuffare il suo comportamento.

Di questo se ne potriano dare infiniti esempi moderni, e mostrare quante paci, quante promesse siano state fatte irrite e vane per la infedeltà de’ Principi; e a quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio successo. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore; e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare. Io non voglio degli esempi freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro che ingannare uomini, nè mai pensò ad altro, e trovò soggetto di poterlo fare; e non fu mai uomo che avesse maggiore efficacia in asseverare, e che con maggiori giuramenti affermasse una cosa, e che l’osservasse meno; nondimanco gli succederono sempre gl’inganni, perchè cognosceva bene questa parte del mondo.

Insomma gli esempi sono infiniti : quante volte nella storia i principi hanno violato la parola data, senza pagarne le conseguenze? Ma qui Machiavelli precisa meglio un concetto già espresso precedentemente: gli uomini non solo non sono buoni, ma sono anche “semplici” , cioè poco intelligenti e opportunisti: se qualcuno li vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare. Il massimo esempio moderno di volpe Machiavelli lo trova in Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, che tutti conoscono come uno dei più corrotti e depravati pontefici. Machiavelli lo considera il miglior esempio di “simulatore”. Per tutta la vita ha prodotto inganni e ha sempre trovato chi si faceva ingannare volentieri.

Ad un Principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è ben necessario parere d’averle. Anzi ardirò di dire questo, che avendole, ed osservandole sempre, sono dannose; e parendo d’averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, religioso, intero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo, che bisognando, tu possa e sappi mutare il contrario.
E hassi ad intendere questo, che un Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.

Nel capitolo XV Machiavelli aveva elencato una serie di qualità che la morale comune, allora come oggi, considera essenziali in un uomo buono. Qui le riprende: pietà, fedeltà, umanità, religiosità, integrità. Ma l’osservazione che segue è, a dir poco, sorprendente: queste qualità, degne di lode in un uomo qualsiasi, sono dannose in un principe. Per mantenere il potere, soprattutto il potere acquisito da poco, come nel caso del Medici, il principe deve compiere atti contrari alla morale comune, se ciò gli è imposto dalle circostanze, in continuo mutamento (i venti e le variazioni della fortuna).

Deve adunque avere un Principe gran cura, che non gli esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. E non è cosa più necessaria a parere d’avere, che quest’ultima qualità; perchè gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perchè tocca a vedere a ciascuno, a sentire a’ pochi. Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei, e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione de’ molti, che abbiano la maesta’ dello stato che gli difende; e nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine.

Se il Principe non può conformarsi sempre alla morale comune, deve però sembrare un uomo integerrimo e generoso, ma, soprattutto, rispettoso dei comandamenti religiosi. Machiavelli ha ben presente che per conquistare è indispensabile la forza delle armi (la storia d’Italia, soprattutto dalla morte del Magnifico, è un susseguirsi di guerre per la conquista del potere), ma per governare occorre anche il consenso del popolo, più facile da conquistare rispetto alla benevolenza dell’aristocrazia.
Il consenso è indispensabile: ”Et uno de’ più potenti rimedii che abbi uno principe contro alle coniure, è non essere odiato dallo universale”, dirà nel capitolo successivo . E il popolo giudica superficialmente (più agli occhi che alle mani come se, acquistando un tessuto, non se ne volesse saggiare la consistenza, ma ci si limitasse a guardarlo). Certamente alcuni si accorgeranno della falsità del principe, ma il loro giudizio sarà sommerso dal conformismo, incoraggiato dal potere. Tanto più se chi governa ottiene dei risultati che il popolo, nel suo complesso, giudica positivi.

Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati; perchè il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con l’evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e gli pochi hanno luogo, quando gli assai non hanno dove appoggiarsi. Alcuno Principe di questi tempi [1], il quale non è bene nominare, non predica mai altro, che pace e fede; e l’una e l’altra, quando e’ l’avesse osservata, gli arebbe più volte tolto lo Stato, e la riputazione.

Insomma, se un Principe riesce a mantenere il potere non si guarderà per il sottile ai mezzi che glielo consentono. Il volgo, cioè il popolo, si accontenta dell’apparenza e dei risultati. Basta poco per farlo contento. E, in fondo, l’umanità non è altro che una massa poco consapevole, disposta a farsi sottomettere dai pochi che hanno le qualità per farlo.
Basta non farsi odiare, per ottenere questo scopo, aveva detto nel cap. 17 : ”Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio; perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d’altri; perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio”.
Basta non insidiare le donne degli altri e, soprattutto non “mettere le mani nelle tasche “ del popolo e il popolo lo seguirà, o, almeno non lo odierà. Meno grave, per quanto riguarda il consenso, se il Principe dovrà uccidere qualcuno: si perdona più facilmente chi ti ha ucciso il padre che chi ti ha tolto il patrimonio.

Per fortuna oggi le cose sono completamente cambiate. O no?

[1] Allude a Ferdinando il Cattolico, re di Spagna.