Non è un romanzo, ma è più avvincente di un romanzo. E’ un grande reportage del giornalista canadese-americano Matthieu Aikins, che ha lavorato a lungo in Afghanistan e che ha vinto importanti premi, tra i quali, nel 2022, il Pulitzer per il giornalismo internazionale, insieme a una squadra di reporter del New York Times, per un’inchiesta sulle vittime civili dei bombardamenti aerei americani.

Matthieu durante il suo soggiorno afgano conosce Omar, un giovane che si guadagna da vivere come interprete per gli americani e lo assume talvolta come guida.Da un rapporto di lavoro nasce una profonda amicizia. E quando, nel 2016, Omar, la cui famiglia aveva già conosciuto l’esilio durante l’occupazione sovietica, per sfuggire a una situazione di continuo conflitto ormai intollerabile, vuole lasciare il paese e tentare di raggiungere l’Europa, Matthieu decide di accompagnarlo, fingendosi  anche lui un afgano. Non è difficile per Matthieu farsi passare per afgano: alcuni suoi antenati giapponesi infatti gli hanno trasmesso un taglio degli occhi allungato e capelli e barba folti e neri. Decide quindi di intraprendere il viaggio con Omar, assumendo un nome falso e facendo a pezzi il passaporto. Anche se non saranno insieme durante tutto il percorso, i due amici affronteranno sullo stesso gommone la traversata  dalla costa turca al famigerato campo di Moria, sull’isola greca di  Lesbo, sfuggendo alle pallottole della guardia costiera turca. E insieme vivono per alcune settimane la degradata realtà del campo, a metà tra campo profughi e prigione a cielo aperto.

Il  viaggio assomiglia a un video gioco, o meglio a più stagioni di una specie di Squid game, dove i partecipanti vengono sottoposti a continue prove, che spesso falliscono, e che costano la vita di tanti altri concorrenti.
Alla cronaca del viaggio Aikins abbina dati, informazioni e riflessioni.  Tra Asia ed Europa sorgono continuamente nuovi muri: <Nel 1989, soltanto quindici frontiere in tutto il mondo erano dotate di muri o recinzioni; nel 2016 erano quasi settanta, senza contare quelle in corso di progettazione o in costruzione. Soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre, questi muri sono spuntati in nome della sicurezza, ma all’atto pratico segnano il confine tra ricchi e poveri>.

E quando non ci sono muri veri e propri bisogna attraversare deserti, montagne e mari. A volte procurandosi dai trafficanti documenti fasulli, che spesso vengono riconosciuti tali dai controlli di frontiera, oppure affrontando percorsi attraverso le montagne desertiche tra Iran e Turchia, durante i quali si viene spesso picchiati e derubati, in gommone nel braccio di mare tra Turchia e Grecia,  con il rischio di essere affondati dalle motovedette turche, che agiscono su mandato dell’Europa, che ha trasformato la Turchia in un grande campo profughi, in cambio di una valanga di soldi. Oppure, dove il mare è troppo vasto per un gommone, tra la costa greca e quella dell’Italia, non meta finale ma tappa intermedia per il resto dell’Europa, infilati nei container o nei camion, se non addirittura appesi sotto gli assali dei camion stessi, servendosi di un’asse di legno per non cadere sull’asfalto.
In questo terribile gioco il destino peggiore è spesso riservato alle donne: <Alle frontiere si concentra la violenza, e le donne che le attraversano illegalmente sono esposte alle molestie dei trafficanti, dei poliziotti e degli altri migranti – dei maschi, insomma. A volte, per le rifugiate il vero prezzo da pagare è lo stupro>.

E, ricorda Aikins, il viaggio dall’Oriente all’Europa è molto meno pericoloso di quello attraverso il mediterraneo, che provoca un numero di morti incomparabilmente superiore. <Sulla rotta tra l’Italia e il Nord Africa, molto più pericolosa rispetto all’Egeo, nel 2016 erano annegate più di cinquemila persone: un record di decessi, perlopiù africani, che rispetto all’anno precedente aveva suscitato ben poca indignazione>
Poi ci sono gli altri giocatori: i volontari e attivisti delle associazioni e organizzazioni che aiutano e soccorrono i migranti lungo il cammino. Molto interessante l’esperienza dell’hotel Plaza ad Atene, alla quale partecipano per qualche settimana anche Omar e Matthieu, occupato senza ricorrere alla violenza, che per diversi mesi è stato non solo un asilo confortevole anche per tante famiglie, ma anche un vivace centro culturale aperto alla città. (Per chi volesse sapere di più: https://openmigration.org/analisi/un-anno-al-city-plaza-di-atene/).

Aikins racconta e documenta, vuole bene ad Omar come a un fratello e lo aiuta a raggiungere il suo obiettivo. Sottolinea però  anche le dimensioni del fenomeno, difficilmente gestibili: <A ottobre (2016)  un flusso migratorio che raggiunse il picco di diecimila sbarchi al giorno fece approdare sulle isole greche duecentomila persone. In quattordici mesi, un milione di persone avevano varcato la frontiera. Mai nella storia così tanti rifugiati si erano spostati via mare>.
Ma ancora poca cosa rispetto alla migrazione dall’Europa dei secoli scorsi, con una popolazione ben più ridotta rispetto a quella attuale: <Si calcola che tra ‘800 e ‘900 quasi 50 milioni di persone intrapresero un viaggio senza ritorno verso nuove patrie. Le cause di questo fenomeno furono sia demografiche, con l’aumento della popolazione indotto dalla transizione demografica, che economiche, con l’aumento della produttività del lavoro in agricoltura. L’Italia, con quasi 9 milioni di emigranti, fu uno dei paesi che contribuirono maggiormente a questi flussi migratori. Le correnti migratorie, innescatesi nella seconda metà del XIX secolo si mantennero sostenute fino al secondo dopoguerra Solo con gli anni ’70 del Novecento, con ritardo rispetto a molti altri paesi europei, il saldo migratorio da negativo divenne positivo>.  (da : L’Europa dal 1845 ad oggi: da continente di emigrati a continente di immigrati,  di Alessio Fornasin, docente di Demografia all’Università di Udine e Donatella Greco, docente di Metodologie della previsione sociale all’Università di Trieste).

Si affronta il gioco sapendo bene che si può perdere la vita, perché chi è nudo  non teme l’acqua: per esempio,  le famiglie afgane che se lo possono permettere attuano un piano, <una strategia di sopravvivenza basata sulla diversificazione: uno per la fattoria, uno per il governo, uno per i talebani, uno per l’Europa. In certi villaggi partire a sedici anni era la norma, perché chi arrivava in Europa prima di compierne diciotto veniva trattato con molta più compassione>.
Aikins ricorda anche che non è certo l’Europa a ricevere il flusso maggiore dei migranti: <Ogni anno milioni di persone se ne vanno di casa per sfuggire alla guerra. La maggior parte non espatria: si sposta in un’altra città o in un campo con la speranza di tornare presto. Di solito chi è costretto a cambiare nazione non va lontano. Oltre quattro quinti dei rifugiati del mondo sono ospiti di Paesi in via di sviluppo, dove le frontiere imposte e gli aiuti umanitari elargiti dalle nazioni ricche li tengono in stallo.> A volte sfruttando la loro condizione, a volta torturandoli senza pietà.

Il lavoro di Aikins, documentatissimo, ricco di riferimenti storici e filosofici,  è uno spunto di riflessione davvero prezioso. Che non nega l’immensa complessità del problema, mostrando come non ci siano  soluzioni a realisticamente ipotizzabili.  <Che fare, in un mondo dove la gente moriva annegata? A noi mancavano le certezze degli attivisti. Il progetto del City Plaza lottava per l’apertura delle frontiere, ma non era facile capire in che modo la si sarebbe dovuta gestire. Democrazia e giustizia erano belle parole, ma anche concetti che, applicati su scala planetaria, non portavano da nessuna parte. I loro comandamenti non sembravano in grado di superare gli steccati eretti intorno agli stati-nazione, anzi,  finivano per giustificarli. I volontari cercavano la verità, ma al Plaza trovavano amore >. Alla fine resta solo questo: la conservazione della propria umanità attraverso il riconoscere e il rispecchiarsi nell’umanità altrui.