E’ il racconto di un inferno che sprofonda in un incubo. La protagonista, Adelaida, ci racconta all’inizio del romanzo, la morte della madre in un Venezuela devastato dalla violenza imposta dal regime chavista, dove mancano elettricità, cibo e medicine, dove : “ perdere era diventato un verbo che rendeva tutti uguali, usato dai Figli della Rivoluzione contro di noi. “ Dove “noi” significa chi , come la protagonista, ha una certa istruzione e appartiene alla piccola o media borghesia, insomma tutti quelli che prima del regime populista che vince le elezioni nel 1998 godevano di un certo benessere e che la rivoluzione vuole perseguitare e distruggere.
Il mondo attorno ad Adelaida è una giungla dove le persone, bisognose di tutto devono quotidianamente “uscire a caccia” sperando di rientrare vivi, dove nessuno accetta più la valuta nazionale “ ci volevano due grattacieli di banconote da cento per comprare , quando c’era una bottiglia d’olio” . La protagonista, si è ridotta sul lastrico per cercare di garantire alla madre le cure palliative e un funerale dignitoso, e si appresta a vivere con le scorte alimentari prudentemente accumulate per anni.
Il suo lavoro di redattrice per una casa editrice le consente di uscire il meno possibile per le strade devastate da saccheggi e scontri armati, generati dalla violenza delle milizie civili, protette dalla polizia e finanziate dal regime per eliminare gli oppositori e partecipare alle manifestazioni di piazza in appoggio al regime . Ma il pane lo deve comprare e, tornando a casa dopo una breve ed infruttuosa uscita trova la serratura sostituita: la sua casa è stata occupata da un gruppo di donne delle milizie civili. Non c è quindi nessuna possibilità di rientrarne in possesso . Qui comincia la parte più avventurosa del romanzo, che non deve essere raccontata, ma che trascina il lettore con una forza narrativa non facilmente uguagliabile.
Lo stile della Sainz Borgo è vivido e icastico. Le scene descritte e le vicende narrate sono di una violenza allucinante, che fa supporre un fortissimo coinvolgimento emotivo dell’autrice, che ha abbandonato il Venezuela da tredici anni. La stessa autrice, però, dichiara, nell’intervista che si può leggere al link seguente (https://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/485740/leggere-karina-a-caracas/), che la Caracas descritta non è quella reale : « (…) volevo raccontare una storia universale, nomino poco il Venezuela e quasi non ci sono date, è tutta una allegoria, (il romanzo è) fortemente letterario ma anche politico, nel senso che è una storia sul totalitarismo.