Inferno, (I, vv. 1-18)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Non si poteva non partire da qui! Tutti se la ricordano la selva oscura , nella quale Dante si trova a 35 anni (l’opera è ambientata nel 1300, lui era nato nel 1265, è quindi un uomo , per quell”epoca, di mezza età).
E’ la selva del peccato (cosa sia questo peccato lo vedremo in  corso d’opera), Dante si trova lì perchè è pien di sonno, ha chiuso gli occhi e non vede più la luce della ragione, che Dio ha dato agli uomini perchè rimangano sulla diritta via. E’ una condizione di buio e smarrimento storico, che sta vivendo Dante, tradito e cacciato dalla sua Firenze, e la Chiesa, guidata da un Papa che finirà all’inferno. Ma anche esistenziale che riguarda l’uomo di ogni epoca.

Di fronte a Dante c’è un colle (che rappresenta il Purgatorio, e quindi la salvezza dell’anima) le cui pendici sono ormai fasciate dalla luce del sole, che allegoricamente, è proprio quella luce divina che Dante non vede più. E’ la salvezza a portata di mano!
Ma non riuscirà a salire sul colle: tre animali selvaggi glielo impediranno. Bisogna immergersi nel peccato e nelle sue pene per ritrovare la luce. Il viaggio deve essere molto più lungo, angoscioso, terribile.
E Dante, tornato sulla terra, lo ha raccontato. La Divina Commedia è un libro epico, Dante è un eroe che compie un’impresa ben più rischiosa di quella di Ulisse, ma è anche il cronista di questo viaggio.

Perchè raccontarlo? Perchè quel viaggio, che si potrebbe riassumere, come dirà lui stesso, nella descrizione dello stato delle anime dopo la morte , non è stato utile solo al poeta, ma può esserlo per gli altri. Innanzi tutto i suoi contemporanei, presso i quali il libro ha un immediato successo, che vivono un periodo di grande confusione politica, che determina guerre anche tra i concittadini, con conseguenze gravissime, non solo per la vita terrena ma anche per quella spirituale e quindi per la salvezza dell’anima .

Ma Dante si rivolge anche ai posteri, e dunque anche a noi. Anche noi siamo pieni di sonno, infelici , impauriti, in un mondo che non facciamo fatica a immaginare come un bosco oscuro e pieno di pericoli. Chi è riuscito a uscirne può aiutarci, con il racconto della sua esperienza) a ritrovare quella luce che tanto spesso ci manca.

Ma come si può prendere a modello un racconto inventato? Per Dante, uomo del Medioevo, non è la verità documentata, quella che può essere usata in un processo o in un’inchiesta giornalistica, ad essere importante. Tutto ciò che esiste è nella mente di Dio, che a sua volta è tutto (l’universo è fatto a sua immagine e somiglianza ). E allora Ulisse è reale come Giulio Cesare, la montagna del Purgatorio come le cascate dell’ Aquacheta, Enea come Virgilio, il viaggio di Dante come quello di Cristoforo Colombo. Forse oggi, per chi è abituato a vivere in un mondo in cui è sempre più difficile distinguere e separare ciò che è virtuale e ciò che non lo è, la “realtà” del viaggio dantesco risulta meno difficile da accettare di quanto non lo fosse qualche decennio fa.

E poi Dante non ha solo una missione morale da compiere, è anche un uomo deluso, tradito dalla sua città, accusato di un peccato infamante (oggi sarebbe corruzione). Aveva immaginato di trascorrere la vita contribuendo al governo della sua città, al quale sentiva di poter giovare con la sua grande cultura e saggezza. C’era riuscito: nel 1300 era diventato Priore (la massima carica collegiale). Ma lo scontro tra le fazioni dei Bianchi (a cui Dante apparteneva) e i Neri ( sostenuti dal papa Bonifacio VIII) porta al suo esilio.

Pur di non riconoscere una colpa che non aveva commesso, Dante va incontro alla confisca dei beni, e, quasi mendicando , come afferma lui stesso, comincia a vagare tra le varie corti dell’Italia centro- settentrionale. E’ anche uno spirito di rivalsa verso i suoi concittadini che lo spinge a dedicarsi ad un’opera immensa, attraverso la quale cercare quel riconoscimento che la sua città gli aveva negato. E non si può dire che non ci sia riuscito!