Dino Segre, in arte Pitigrilli

Spregiudicato, cinico, irriverente, provocatore, anticonformista, libertino, pornografo, cocainomane, traditore e infame. Gli aggettivi per Dino Segre si sprecano. E’ stato definito un anarco-conservatore, ma potremmo dire anche un qualunquista-immorale. L’unica cosa sulla quale non ci sono dubbi è che la sua fu una vita ben strana. O più semplicemente furono tante vite. Troppe.

In qualche misura fu un epigono del decadentismo e del nichilismo, ma senza prendersi troppo sul serio. Rifuggiva ideologie e ideali, precetti morali, principi e regole. Non perché giusti o sbagliati, ma semplicemente inutili: non c’è possibilità di riscatto per l’umanità., non ci sono paradisi da conquistare, non ci sono soluzioni all’ingiustizia e al male.

Nulla di nuovo verrebbe da dire. Ma in lui tutto ciò non approdava a una qualche filosofia di vita. Più semplicemente alla presa in giro. A un cinismo irriverente e sarcastico nei confronti di conformismi, perbenismi e idealismi, che si ergeva su di un superomismo strafottente. Ad esempio nei confronti delle capacità intellettive dell’uomo medio (“ammetto il bacio al lebbroso ma non concepisco la stretta di mano al cretino”).

E siccome, sin da ragazzino, si rese conto di avere un certo talento per lo scrivere, una scrittura brillante e leggera, infarcita di caustici aforismi, capì presto che poteva trasformare tutto ciò in uno strumento per il successo e il denaro.

Dino Segre, nato nel 1893, veniva da una benestante famiglia torinese. Il padre, ebreo ma ateo, era un immobiliarista. La madre invece era cattolica e lo fece battezzare di nascosto. Evitata la guerra per un difetto cardiaco e laureatosi in giurisprudenza, si diede al giornalismo come critico letterario, mettendo da subito in mostra il suo stilo polemico. E diventando per tutti e per sempre Pitigrilli, lo pseudonimo che si era scelto. Una storpiatura di “petit gris”, il nome della pelliccia indossata dalla madre, fatta di scoiattoli grigi.

Ad aiutarlo a farsi conoscere e ad entrare nei circoli letterari torinesi, fu una poetessa di una qualche notorietà in quegli anni, l’affascinante Amalia Guglielminetti, che era stata compagna di Guido Gozzano. Fu lui a corteggiarla, appena ventenne, mentre lei aveva 12 anni in più. Senza averla mai incontrata. Si racconta che ad un’esame universitario, interrogato su quale fosse il più grande poeta, rispose che, se non fosse stato un esame, avrebbe detto Amalia Guglieminetti, ma poiché lo era disse Dante Alighieri.
La donna, incuriosita. Invitò quell’impertinente ragazzo biondo a prendere il tè da lei. Pitigrilli se ne innamorò subito. Lei lo respinse per qualche tempo, ma nel 1918 ne divenne l’amate.

Nel giro di un paio di anni divenne anche inviato del quotidiano L’Epoca. E alla fine del 18 fu mandato a Trieste, dove ebbe subito un fragoroso exploit, che gli costò la sfida a duello di D’Annunzio in persona.
A far infuriare il “vate” fu uno sfottente servizio sulla “grottesca conquista di Fiume”. Scriveva Pittigrilli: “Una nave da guerra mi portò a Fiume, della cui italianità Gabriele D’Annunzio si era appena accorto […] E con l’entusiasmo tipico dei poeti guerrieri, egli trovò facile scovare qualche migliaio di individui disposti a corrergli dietro…. Giunto nella città, trovai della gente che parlava una strana lingua. Non uno che sapesse l’italiano. Qualche rudere qua e là, qualche leone di San Marco. Non vidi molta italianità ma percepii il colore dell’Oriente: mercanti di tappeti levantini, sigaraie da strada, profumo di cocomeri e di uva moscata, venditori di belzuino, di mirra e di incenso… Mi sedetti sulla banchina del porto e scrissi di getto un articolo intitolato: Fiume, città asiatica”.

In un periodo di fervori e tripudi nazionalisti, con il suo resoconto dissacratorio Pitigrilli aveva mostrato un certo coraggio. Che da un lato gli valse il premio di una discreta, seppur controversa, notorietà. Dall’altro lo costrinse ad eclissarsi per un certo periodo, per evitare qualche bastonata promessagli dagli eroi fiumani. Così il giornale lo mandò a Parigi.

D’Annunzio a Fiume

Tornato in Italia, nel 1920 scrive il suo primo libro, “Mammiferi di lusso”. Una raccolta di 11 racconti, impregnati di un umorismo paradossale e dissacrante. Pittigrilli, con la sua penna caustica, fa a pezzi il perbenismo borghese, infierendo soprattutto su uno dei pilastri delle morale. Il matrimonio.

Vi si narra di un uomo che vive serenamente il suo rapporto di coppia pur essendo al corrente dei numerosi tradimenti della moglie; e di un altro che convoca uno jettatore come testimone alle proprie nozze, nell’assurdo e bieco tentativo di mandare a rotoli il proprio matrimonio. Mentre un futuro marito, messo in guardia dal migliore amico sulla “falsa onestà” della promessa sposa, sceglie di rompere l’amicizia per imbarcarsi in un ménage quasi certamente disastroso…

Non è grande letteratura, sono racconti leggeri, nei quali il sesso, seppur solo in filigrana, è tema sempre presente. Sarebbero perfette sceneggiature per una commedia all’italiana a episodi degli anni 60. Il successo è immediato e sorprendente. Migliaia di copie vendute. E’ un genere nuovo, facile e pruriginoso, gli italiani, fors’anche stanchi di una letteratura seria e colta, usciti da una guerra terribile e nel pieno di violenti sommovimenti sociali, gradiscono questo cinismo disimpegnato e vagamente trasgressivo. Soprattutto, così pare, il pubblico femminile. Nel 1943 arriverà a 300 mila copie vendute.

Pitigrilli capisce di aver trovato un filone d’oro, non perde tempo, si ritira a Rapallo e, in poco più di due mesi, sforna un romanzo, Cocaina. Dove il suo stile diviene ancor più provocatorio e tagliente, sarcastico e irreverente. Una storia ambientata in una Parigi trasgressiva e gaudente, che aveva conosciuto o forse solo immaginato, durante il periodo che vi aveva trascorso come corrispondente. Folta di anti-eroi disillusi che assieme a donne sofisticate, fatali, avvolte dai profumi di Coty, ma anch’esse ciniche e in definitiva corrotte, frequentano feste scandalose.
Dove <in un turbine di balli in frac e champagne si sniffa cocaina accanto a ricchi industriali che si iniettano morfina nelle cosce, mentre sfolgoranti farfalle brasiliane vengono liberate per vederle morire avvelenate dagli effluvi di etere che inebriano la sala dove ballerine depilate danzano nude fino al mattino>..

E’ il furbo Pitigrilli che offre alla piccola borghesia italiana il brivido di fantasie trasgressive, raffinate e maledette e un po’ di erotismo. Ma anche qualche denuncia coraggiosa, pur se rassegnata. Il protagonista infatti è Tito Arnaudi, un giornalista suo alter ego, al quale fa dire:“Quanti servi ci sono nel giornalismo. Noi dobbiamo sostenere un’opinione che non abbiamo, e imporla al pubblico; trattare questioni che non conosciamo, e volgarizzarle per la platea; noi non possiamo avere un’idea nostra; dobbiamo avere quella del direttore del giornale: ma nemmeno il direttore del massimo giornale ha il diritto di pensare col suo cervello, perché deve sostenere l’opinione degli azionisti”.

Il successo è di nuovo clamoroso. Tanto che l’anno successivo sforna un’altra raccolta di sette racconti, intitolata “La cintura di castità”.
Pitigrilli riempie di suoi libri di ironia dissacratoria, intrigante umorismo, giochi di parole e brillanti aforismi. Con una prosa caustica e salace e allo stesso tempo acuta e gradevole.
“Frequento i camposanti per ambientarmi. Vorrei che tutti coloro che hanno creduto nell’immortalità dell’anima si svegliassero per cinque minuti dal sonno eterno, per capire come sono stati fregati.”
“I poeti come ci sembrano più poeti quando non abbiamo mai letto nulla di loro!”
“Non potete intendere quanto benessere racchiuda l’illusione nella sua sottile rete d’argento, e quanta amarezza diano le cose quando si conoscono a fondo. Le cose che amo di più son quelle che non conosco ancora, come voi.”

Ma attinge anche ad una cultura piccolo borghese, conservatrice, scadente e maschilista. <Tutte le donne sono prostitute, meno nostra madre e la donna che amiamo in questo momento>. <In ogni donna c’è una prostituta come in ogni uomo c’è un soldato.” Donne che lui chiama <mammiferi di lusso e dolicocefale bionde>.
<Una moglie la si ama per così poco tempo che non c’è niente di male a sposare una donna più vecchia di noi>. <La passione dell’uomo sta a quella della donna come il calore del sole sta a quello della luna>. <Fra l’inganno come lo soffre lui e l’inganno come lo sente lei, corre la differenza che esiste fra una coltellata e un’impertinenza>.

Ma il grande successo gli procura anche qualche guaio. Il fascismo è appena andato al potere e il Popolo d’Italia lo prende di mira. Accusa i suoi libri di pornografia e lui di essere un antiitaliano, un immorale oltre che un cocainomane e, perché no, anche un omosessuale. Mentre alcuni cirtici letterari definiscono la sua letteratura vacua e qualunquista. Magra consolazione, viene difeso da “Ordine Nuovo”, la rivista fondata da Antonio Gramsci.
Ma lui non se ne preoccupa più di tanto e nel 24 pubblica un nuovo romanzo “La vergine a 18 carati”, a sfondo autobiografico ed incassa l’ennesimo successo.

Pittigrilli si rivela anche un ottimo imprenditore in campo editoriale. Nell’estate dello stesso anno fonda un nuova rivista “Le grandi firme”, sulla quale sono chiamati a scrivere importanti scrittori nonché quotati umoristi e disegnatori. E sembra proprio che tutto ciò che tocca diventi oro, perché la rivista è un nuovo successo, centrando l’obiettivo di conquistare il grande pubblico con una rivista culturale.

Risultato ottenuto, ancora una volta, alla sua maniera. Scrive nell’editoriale del primo numero: <Questo fascicolo ha la pretesa di conquistare il grande pubblico e per riuscirci userà un solo mezzo: essere divertente.[…] Non miriamo a rigenerare gli uomini, fustigare i tempi, segnare nuovi indirizzi alla civiltà, per mezzo di racconti morali>. Nell’ottobre del ’24, la rivista lancerà un bando per la pubblicazione di racconti, gara alla quale parteciperanno, tra gli altri, Massimo Bontempelli, Corrado Alvaro, Achille Campanile, Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Luigi Pirandello, Grazia Deledda e Alfredo Panzini.

Sulle «Grandi firme», Pitigrilli tiene due rubriche nelle quali prende di mira, a volte pesantemente, l’Italia bigotta e ipocrita, ma anche tutti coloro che non gli vanno a genio. Ma non sono gli strali di una battaglia culturale, bensì l’accorta riproposizione delle disinvolte provocazioni che avevano fatto la fortuna dei suoi libri.

Ad ogni successo Pitigrilli rilancia e, l’anno dopo, pubblica un nuovo mensile, dedicato alla commedia, “Il Dramma”, che gli procura ancora una volta una valanga di consensi. Ed allora, nel 26, ecco una terza rivista “Le grandi novelle”.
Nello stesso anno però, sulla sua sfolgorante carriera, si addensa qualche nube. Al fascismo, ormai regime, “Le grandi firme”, troppo libera e anticonformista, anche se assolutamente apolitica, non piace, come non erano piaciuti i suoi romanzi. Il Popolo d’Italia avvia una violenta campagna di stampa . La testata di Pittigrilli viene definita “un pozzo nero”, “un ammasso di letame”.

Pitigrilli

Contemporaneamente la sua relazione con la Guglielminetti, la poetessa, si rompe malamente. Ed è l’occasione per il Regime di colpire Pittigrilli, non più solo con le parole.
Dopo la rottura, la Guglielminetti, mossa anche da desiderio di vendetta, fonda una rivista che vuol fare concorrenza a “Le Grandi firme” intitolata “Le grazie”. Pitigrilli non si fa sfuggire l’occasione e e commenta la cosa, sul suo giornale, con una sarcastica battuta: <Amalia Guglielminetti vende le sue Grazie a lire 2,50>, che è il prezzo di copertina.

La poetessa, che nel frattempo si è riciclata sentimentalmente e politicamente, il suo nuovo amante infatti è un console della Guardia nazionale, Piero Brandimarte, va su tutte le furie e decide di consumare la sua vendetta offrendo in pasto al Regime la sua vecchia fiamma. E cioè denunciandolo per “attività antifascista e offese al Duce“, esibendo alcuni scritti privati di Pittigrilli contenenti attacchi al Duce. Il Brandimarte, da bravo squadrista, vuol aver la sua parte, e lo prende a pugni.

Pitigrilli viene arrestato, siamo nel 28, per avere offeso la figura di Mussolini ed avere svolto, tramite stampa, attività politica contraria alle istituzioni e al regime e istigazione al malcostume. Ma riesce a dimostrare che quegli scritti sono dei falsi, opera della Guglielminetti stessa e del suo nuovo amante, e così viene liberato e diviene parte offesa nel processo. Al termine del quale Brandimarte viene condannato a una pena lieve, poi annullata. E la Guglielminetti assolta dall’accusa di diffamazione e falso, per temporanea infermità mentale all’epoca dei fatti.

Dopo una pausa di qualche anno, per le sue disavventura giudiziarie, nell’agosto 1929 dà alle stampe quello che alcuni critici hanno giudicato il suo miglior romanzo, “L’esperimento di Pott”. E due anni dopo, una raccolta di nove racconti intitolata “I vegetariani dell’amore”.
Ma, tra le due pubblicazioni, la vita di Dino Segre subisce una svolta, a prima vista impensabile, ma a ben pensarci, non poi così implausibile.

Pittigrilli viene avvicinato da un funzionario dell’Ovra, la polizia segreta fascista. E l’anticonformista, apolitico, afascista e amorale Pittigrilli diventa una spia del regime. E non una spia qualunque, ma il numero uno delle spie fasciste. E in quanto tale profutamente pagato.

Perché Arturo Bocchini, il capo della polizia, lo abbia ingaggiato, si capisce. All’Ovra importa ben poco che sia considerato un losco denigratore del credo fascista e neppure che sia di origini semiebraiche. Anzi è la facciata giusta. All’Ovra interessa il fatto che Segre-Pittigrilli è ben inserito negli ambienti intellettuali torinesi, dove prolificano gli oppositori del regime, molti dei quali ebrei, e per di più, così almeno si dice, non nutra grande simpatia per questo mondo.

Ma perché un uomo che ha fatto del rifiuto e della presa in giro di ogni ideologia e fede politica e che per di più non ha di certo bisogno di quei soldi, accetta la proposta di diventare un sordido collaboratore del regime ?
Non lo sappiamo ovviamente, anche perché lui ha sempre negato di essere stato una spia. Ma possiamo immaginarne più d’uno. Innanzitutto l’arresto era stato un campanello d’allarme preoccupante. Un conto è fare del sarcasmo sul perbenismo dei borghesi o anche sulle fanfaronate di D’Annunzio, ma essere considerato un nemico del regime è pericoloso, troppo. Meglio mettersi al sicuro, e in un modo così segreto da salvare la faccia in pubblico.

Forse c’è un pizzico di piacere per la vendetta nei confronti di un mondo che lo aveva sempre collocato un gradino più in basso, perché Pittigrilli è un grande nel suo genere, ma il suo è considerato un genere di serie b.
Probabilmente l’ha mosso anche un certo gusto per l’avventura, anche se ben poco avventurosa in realtà, e il fascino dell’inganno, della doppiezza, del romanzesco. Una Mata Hari al maschile. Cosa più facile per un uomo privo di ideali, come si è sempre professato. E’ quel che pensa anche Vittorio Foa: <Nostro padre – ricordano ifigli – diceva che Pitigrilli più che per soldi lo faceva per divertimento>

Come nella scrittura e nell’attività editoriale, anche nell’attività di spia, l’agente 373 rivela le sue doti e ottiene un altro successo. Il suo lavoro è molto apprezzato. Il funzionario che lo cura descrive i suoi rapporti sugli uomini che tiene d’occhio, come “tanti piccoli capolavori di sintesi psicologica”. E infatti è una delle spie più pagate. E sicuramente anche i soldi sono un buon incentivo, perché, vista la vita raffinata e dispendiosa che conduce, tra Torino e Parigi, i soldi, si potrebbe dire, non bastano mai.

Forse con la stessa macchina da scrivere dalla quale uscivano le sue storie leggere, irriverenti e un po’ scabrose, ora redige anche i rapporti che segneranno la disgrazia e anche la morte, di tanti che lo trattano da amico e si fidano di lui.
A Pittigrilli, sfruttando la sua frequentazione di Parigi, viene anche ordinato di prendere contatto con Carlo Rosselli, il capo di Giustizia e Libertà, e gli altri del gruppo fuggiti in Francia. E lui esegue, anche questa volta con buoni risultati.

Natalia Ginzburg gli fa leggere le sue prime novelle per averne un parere e un consiglio, che lui dispensa affettuosamente, mentre prepara un dossier sul di lei marito, Leone Ginzburg. Ed è proprio grazie alle sue informazioni che, nel marzo del 1943 vengono arrestati, oltre a Ginzburg, altri sette antifascisti. Tra i quali Giuseppe Levi e Gino Levi Martinoli, padre e fratello di Natalia Ginzburg.
L’anno dopo nella rete dell’Ovra finiscono anche nomi più importanti: Vittorio Foa, Cesare Pavese, Franco Antonicelli, Giulio Einaudi e altri.

La polizia è andata a colpo sicuro, è chiaro che c’è una spia. Uno dei pochi sfuggiti al carcere fascista, Emilio Lussu, ha un sospetto: quel Pittigrilli non gli è mai piaciuto, troppo privo di scrupoli e troppo ammaliato dal successo, anche quello di cui si gode nell’ombra. Lo definisce un artista nato spia e lo allontana, ma ormai è tardi.
Due anni dopo i fratelli Rosselli vengono assassinati a Parigi dai fascisti francesi, su ordine dell’Ovra. Anche le informazioni passate da Pittigrilli sono servite per preparare lo loro eliminazione.

Da sinistra Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli

Gli anni dell’attività spionistica segnano una vera e propria svolta nella sua vita. Nel 1931 sposa, presso il Consolato italiano di Parigi, con rito civile, Deborah (Riri) Senigallia, figlia di un abbiente industriale tessile, ebrea praticante, che l’anno successivo gli dà un figlio: Gianni Segre, che diverrà scrittore in lingua francese.

Anche questo si potrebbe definire un bel colpo di scena. Gli obiettivi prediletti della sua satira denigratoria: il matrimonio, la fedeltà coniugale e la famiglia, diventano la sua scelta di vita, almeno il primo e l’ultimo. A dire il vero, nel giro di poco tempo, il suo matrimonio va in crisi. E nella primavera del 34 dichiara alla moglie di “non essere fatto per vivere da consorte”, invitandola a dimenticarlo e a rifarsi una vita. E’ ritornato il vero Pitigrilli? No, è un ripensamento di breve durata. Perché di lì a poco avvia una nuova relazione e decide di sposarsi di nuovo. Nel 1936, ancora ufficialmente coniugato per la legge italiana con Riri, sposa in Svizzera, con rito civile e in seguito cattolico (il matrimonio religioso verrà officiato nel 1940 da monsignor Montini), la torinese Lina Furlan, la prima donna avvocato penalista d’Italia, che era stata il suo legale.

Pitigrilli dunque, per diversi anni, sarà di fatto bigamo, fino alla morte della prima moglie. Con il secondo matrimonio arriva una nuova radicale svolta nella sua vita. La Furlan viene descritta, da chi la conosce, come una “fervente cattolica e antisemita, e ha su di lui un’influenza decisiva.. L’ex apolitico, scettico e cinico è diventato una spia del regime. L’ex trasgressivo e anticonformista si è sposato (e ben due volte) e ha fatto un figlio. E ora l’ex amorale e libertino sta diventando un cattolico conservatore.

Nonostante gli importanti servigi forniti all’Ovra, il regime continua a prenderlo di mira. Sempre nel 36 Pitigrilli pubblica un nuovo romanzo “La dolicocefala bionda”, che però viene apertamente boicottato dal regime e infatti, per la prima volta, una sua opera non ha grande successo. Ma è solo l’inizio, le cose si stanno mettendo male. L’anno dopo Mussolini ordina la chiusura della rivista “Le Grandi firme”. Non è bastato che l’anno prima Pittigrilli ne avevesse abbandonata la direzione, passandola a Cesare Zavattini. Al Duce non è piaciuto un racconto pubblicato (Fame, di Paola Masino) ambientato nei bassifondi poveri e malavitosi. Che nel regime fascista, per definizione, non possono esistere.

Nel 38 vengono promulgate le leggi razziali e Pitigrilli capisce subito che l’essere ebreo solo al 50% ed essersi sposato con una fervente cattolica, può non bastare. Uno dei primi effetti è la crisi del suo rapporto con l’Ovra. L’altro è il suo tentativo, vano, di farsi arianizzare dal tribunale della razza.

Nel 1939 la polizia segreta ordina ad un’altra spia di pedinare Pitigrilli, che soggiorna a Parigi. La motivazione ufficiale è che non rende più come in passato. “È svogliato”, pensa più a divertirsi che a spiare gli antifascisti. Non è chiaro se queste siano le vere ragioni dell’incrinarsi dei rapporti o non invece il fatto che, alle soglie della guerra e dopo che il Duce lo ha messo all’indice, il suo essere ebreo è diventato un problema.

Sta di fatto che l’Ovra gli dà il ben servito. E, ormai senza protezione, viene arrestato e mandato al confino a L’Aquila. Che riuscirà però ad evitare grazie all’intervento della sua amica Edvige Mussolini. Pitigrilli si eclissa e nel 43, caduto il regime fascista e occupata l’Italia dai tedeschi, scappa in Svizzera con la nuova moglie, dalla quale nello stesso anno, ha un secondo figlio. Qui riprende una qualche attività giornalistica e, dopo aver fatto finire in carcere molti illustri antifascisti, nei suoi articoli si atteggia ad antifascista.

Ma il suo destino è segnato. Nell’ottobre del 43 Radio Bari trasmette più volte un comunicato: «Occorre guardarsi da Dino Segre, meglio noto sotto lo pseudonimo di Pitigrilli, scrittore pornografico, il quale è un delatore ed ha già denunciato alle autorità fasciste una cinquantina di persone».
Lui nega disperatamente di essere stato una spia. Ma nel luglio del 46 viene pubblicato un primo elenco di 620 informatori segreti dell’Ovra e, fra questi, c’è il nome di Dino Segre, pagato 5 mila lire al mese. Una bella cifra. Nel 1938 i sogni di benessere dell’italiano si accontentavano delle mille lire al mese della famosa canzone.

Lui continua a negare. Fa ricorso, con l’appoggio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti, ma anche la commissione per l’esame dei ricorsi conferma che “in modo irrefutabile” il famoso e tanto amato Pittigrilli era la spia 737. La sua popolarità ha un tracollo ed è sostituita dal disprezzo di una parte dell’opinione pubblica.

Scrive su qualche giornale firmandosi con il nuovo pseudonimo di Flamel. Lo stile e i contenuti sono completamente diversi da quelli che gli avevano dato il successo, quando scriveva che “rispettare un’idea significava rendersi complice di un’ipocrisia altrui”. Ma i tempi son cambiati, anzi si può dire che il suo tempo è finito. Lui l’ha capito e, con una certa prontezza e disinvoltura, rientra nei ranghi del conformismo, della cultura dominante, del nuovo potere democristiano.

Tornato in Italia, nel 48 pubblica un volumetto: “La piscina di Siloe”, nel quale narra le tappe che lo hanno portato ad abbracciare la fede cattolica. Un percorso a dir poco anomalo e discutibile. Le porte della fede gli sono state dischiuse, così spiega, da esperienze in ambito spiritico e medianico, con la frequentazione del noto sensitivo torinese Gustavo Rol. Dopo la conversione Pitigrilli rinnega le sue prime opere, ritirando dal commercio le copie residue e vietandone la ristampa.

Ma in Italia ormai è bruciato e così si trasferisce in Argentina, come molti altri personaggi compromessi col fascismo. Qui resta 10 anni, pronto ad una nuova metamorfosi. Lui, che aveva sempre rifiutato e sbeffeggiato la politica, diventa peronista. Si narra che abbia aiutato Evita Perón nella redazione finale del suo celebre testo “La razón de mi vida”. Ma non vi sono conferme. Di certo scrive sul giornale peronista La Razón. Dove tiene una rubrica settimanale “Peperoni dolci” . Con la quale torna al suo vecchio stile e, ancora una volta, riscuote molto successo. Contribuendo a far raddoppiare le vendite del giornale.

Dopo la morte di Evita torna in Europa e si stabilisce a Parigi. Scrive libri di tema religioso e collabora con il “Messaggero di S.Antonio” di Padova. E’ il Pitigrilli ultima versione, ma di lui pochi si ricordano. Muore l’8 maggio del 75, a 82 anni, a Torino, dove era tornato a trovare la famiglia.

Umberto Eco ha scritto su di lui un saggio: “L’uomo che fece arrossire la mamma”, nel quale sostiene che, l’influenza negativa della sua vicenda politica e umana ha offuscato e fatto dimenticare l’innegabile originalità e validità della sua opera letteraria.

g.g.