Rue Jacob 20, un indirizzo che non dice nulla a nessuno.Una casa di quattro piani con un bel giardino interno, in una strada stretta, elegante, ma sobria e un po’ snob, come si conviene al quartiere di Saint Germain de Pres, sulla “rive gauche”.
Eppure il grande appartamento al piano terreno è stato un luogo che ha segnato la storia culturale, sociale e del costume di Parigi. E dunque di un bel pezzo di mondo, visto che parliamo dei primi 40 anni del 900, quando Parigi era il cuore pulsante della produzione intellettuale. <La Mecca dell’arte e della vita>

In rue Jacob al 20 c’era un salotto letterario, artistico e politico. Uno dei più importanti di Parigi, frequentato dai nomi più prestigiosi della cultura mondiale. A sentire Hemingway, l’unico nel quale valesse la pena di andare. Un salotto al femminile e femminista. Gli uomini erano ammessi, ma il suo fulcro era un gruppo di donne, loro erano le protagoniste e Natalie Clifford Barney ne era la guida, oltre che la padrona di casa. Per certi aspetti, più che un salotto un covo di trasgressione.
In quelle stanze, alcune con una frequentazione assidua, altre solo occasionale, scrittrici, poetesse e pittrici, ballerine e attrici, prostitute e avventuriere, cantanti e giornaliste hanno trovato stimoli, sostegno, contaminazioni feconde. Alcune sono famose, come Colette, Gertrude Stein, Marguerite Yourcenar, Isadora Duncan, Loie Fuller, Tamara De Lempicka, Mata Hari. Altre con meno fama da vive, ma riscoperte da morte, come Romaine Brooks, Renèe Vivien, Marina Cvataeva, Djuna Barnes.

Ma non è la loro notorietà o il loro spessore culturale ed artistico, più o meno riconosciuto, che interessa. Quanto le loro vite eccezionali, tanto radicali ed eccentriche da essere fuori dal loro tempo e in alcuni casi rivoluzionarie.
Queste donne sono accumunate, salvo pochissime eccezioni, oltrechè dalla comune dedizione alla cultura, nelle sue varie declinazioni, dall’essere omosessuali o bisessuali, facendo, molte di loro, del lesbismo una bandiera e sovvertendo le barriere di genere. E poi femministe, alcune approdando ad una dimensione politica; altre, prive di una coscienza tale, ne hanno incarnato un modello con le loro vite. Le loro storie inducono a considerazioni sull’intreccio tra lesbismo-femminismo-cultura, che tra l’altro ha prodotto idee e comportamenti opposti. Quel che è certo è che è stato un ambiente e un periodo fecondissimo, a volte strabiliante, e oggi più che in passato di grande interesse.
A partire da quel salotto e dal giardino impreziosito da un incongruo tempietto greco, le loro vite si sono spesso intrecciate, a volte solo sfiorate. Ne sono nati amori travolgenti, tormentati e tragici, amicizie profondissime e lacerazioni, opere d’arte e provocazioni, ribellioni e sfide, mondanità e scandali, trionfi e suicidi.

Tra tutte costoro spicca ovviamente l’anima del sodalizio: Natalie, americana, ricca e bella, trasferitasi a Parigi all’alba del 900, perché era la città più libera e tollerante del mondo. Scrittrice, lesbica, pacifista e teorica del poliamore, nota come l’Amazzone. Una femminista agguerrita, che creò una “Academie des Femmes” in contrapposizione all’”Accademie francaise”, dove le donne non erano ammesse. Una mecenate. Una personalità dominante, una seduttrice rapace. Una donna che ha inseguito tutta la vita un’utopia dei sentimenti, senza riuscire a realizzarla. Sullo sfondo la Parigi della Belle Epoque e dei “folli” anni Venti.

In questo libro ho raccontato le vite straordinarie e spesso poco conosciute, di alcune, anzi di molte, di queste donne.

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