Dante e Virgilio, dopo aver percorso uno stretto cunicolo che, dal centro della terra, dove si trova Lucifero, risale alla superficie (agli antipodi rispetto all’entrata dell’Inferno, che si trova nel nostro emisfero, sotto  a Gerusalemme).  Sono arrivati alla montagna del Purgatorio, in mezzo all’oceano, e stanno cercando di capire come sia possibile salire. La zona nella quale si trovano, la più bassa della montagna è definita Antipurgatorio. E’ una zona di sosta forzata per le anime che, pur volendo, non possono ancora, per la legge divina, salire alle cornici nelle quali si purificheranno delle loro tendenze peccaminose, sottoponendosi a tormenti fisici simili a quelli infernali.

Qui, invece, le anime possono soltanto attendere. E’ in questo luogo che avviene l’incontro tra Manfredi di Svevia e Dante. Manfredi, ghibellino, tre volte scomunicato, è uno dei tanti protagonisti della scena politica che, nell’Italia della seconda età del Duecento, vede contrapporsi, con scontri ripetuti e sanguinosi,  Guelfi e Ghibellini. Scontri che a volte sfociano nella morte fisica dei protagonisti, ma che possono comportare, come sarebbe logico per uno scomunicato, anche la dannazione eterna.  E’ Il principe a interpellare Dante, per chiedergli se per caso lo riconosce.

Purgatorio III, 103-141

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

 Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’ io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
mostrommi una piaga a sommo ‘l petto. 

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’ io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

 Dopo l’umile diniego di Dante, Manfredi si presenta.  Era noto alle cronache dell’epoca per la sua bellezza (e per la sua ambizione politica).  Dante lo descrive  con un verso immortale: biondo, bello di aspetto nobile, ma subito dopo ci dice che quella signorile bellezza è orribilmente deturpata: un sopracciglio spaccato, un’altra ferita nella parte alta del petto. Fare politica in quell’epoca è un’attività rischiosa.  Manfredi però, nonostante, la violenza che ha segnato la sua vita e di cui porta i segni sul corpo si presenta sorridendo: oramai è in pace e sa che, prima o poi, sarà ammesso alla gloria celeste. Appartiene ad una delle casate più illustri della sua epoca, figlio (illeggittimo) di Federico di Svevia, nipote dell’imperatrice Costanza D’Altavilla. Sa che Dante è vivo e che tornerà sulla terra, per questo gli chiede di raccontare la verità a sua figlia, Costanza d’Aragona, madre a sua volta di principi, che, data la scomunica, lo credeva sicuramente all’Inferno. Così Costanza potrà pregare per lui e accorciare la sua pena.

 Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei
piangendo, a quei che volontier perdona.

 Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

 Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

 l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

 Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’ e’ le trasmutò a lume spento.

 

Poi Manfredi racconta il momento supremo della sua vita: mortalmente ferito (quel bel corpo rotto!) si è pentito, si è affidato a Dio e Dio gli ha perdonato, nella sua bontà infinita, gli orribili peccati commessi (si era fatto incoronare con la frode re di Napoli e della Sicilia). Si era quindi ribellato all’autorità della  Chiesa, che Dante non contesta mai come istituzione, anche quando è retta da papi poco degni. Ma la bontà di Dio è infinitamente più grande e supera qualsiasi giudizio umano, anche di un papa.
Non sempre la Chiesa ne è la degna interprete: nel caso di Manfredi si accanisce, anche dopo la morte, sul suo corpo, ormai sepolto sotto un grande mucchio (mora) di sassi, dopo la battaglia di Benevento, contro Carlo D’Angiò , del 1266. L’arcivescovo di Cosenza, incaricato da papa Clemente IV, disseppelisce quei poveri resti e li lascia in balia degli agenti atmosferici, fuori dal regno di Napoli, perché neanche da morto Manfredi possa restare in quel regno di cui si era indebitamente appropriato da vivo. Anche qui Dante è in bilico tra la rigidità della teologia medioevale (Manfredi dirà nei versi successivi che chi è stato scomunicato deve rimanere nell’antipurgatorio trent’anni per  ogni anno di scomunica) e una sensibilità molto più moderna, per la quale, come affermerà il protestantesimo due secoli dopo,  la mediazione ecclesiastica non può sostituire completamente il rapporto diretto tra il fedele e Dio.,